Karl Marx & Friedrich Engels

KARL MARX - FRIEDRICH ENGELS

 


 

Manoscritti economico-filosofici del '44

In Marx il tema della divisione del lavoro inizia ad essere svolto con i "Manoscritti del '44". Nel primo manoscritto vengono messi in luce i rapporti tra accumulazione del capitale, divisione del lavoro e condizione della classe operaia.

 

"L'accumulazione del capitale aumenta la divisione del lavoro, la divisione del lavoro aumenta il numero degli operai, e reciprocamente, il numero degli operai aumenta l'accumulazione dei capitali Con questa divisione del lavoro da un lato e con l'accumulazione dei capitali dall'altro, l'operaio dipende in modo sempre più netto dal lavoro, e da un lavoro determinato, molto unilaterale e meccanico. E quindi, come egli viene abbassato spiritualmente e fisicamente al livello della macchina e trasformato da un uomo in una attività astratta e in un ventre, così si trova in condizioni di sempre maggior dipendenza da tutte le oscillazioni del prezzo del mercato, dell'impiego dei capitali e del capriccio dei ricchi".

"Questa situazione dell'operaio tocca il suo punto culminante nell'industria". [1844, Karl Marx]

 

Ulteriori problemi sorgono per il lavoratore dalla introduzione delle macchine.

 

"La divisione del lavoro rende l'operaio sempre più unilaterale, così come introduce la concorrenza, non solo degli uomini ma anche delle macchine. Essendo l'operaio degradato a macchina, la macchina può presentarglisi innanzi come una concorrente". [1844, Karl Marx]

 

L'introduzione delle macchine, contribuendo alla creazione di una quantità maggiore di prodotti, genera una situazione di eccedenza di produzione

 

"e ciò va a finire o nel licenziamento di una gran parte degli operai oppure nella riduzione del loro salario al minimo più miserabile".

"Ecco le conseguenze di una situazione sociale che è la più favorevole possibile all'operaio, cioè della situazione di ricchezza crescente, in progresso". [1844, Karl Marx]

 

Inoltre

 

"ad onta del risparmio di tempo dovuto al perfezionamento delle macchine la durata del lavoro degli schiavi delle fabbriche non ha fatto che aumentare per un gran numero di individui" [Schulz in, 1844, Karl Marx]

 

Appaiono quindi chiare alcune irrazionalità della società industriale alla metà dell'ottocento: una produzione crescente porta, all'interno della classe operaia, ad una crescente disoccupazione per alcuni ed ad un crescente sfruttamento per altri; questo perché vengono soppresse tutte le potenzialità liberatrici insite nella introduzione delle macchine.

Infatti

 

"Un popolo, per educarsi in forma spiritualmente più libera, non può più restare schiavo dei propri bisogni materiali, non può più essere il servo del proprio corpo. Gli deve quindi rimanere anzi tutto del tempo per poter anche produrre e godere spiritualmente. I progressi dell'organizzazione del lavoro creano questa possibilità di tempo libero". [Schulz in, 1844, Karl Marx]

 

"Si è calcolato in Francia che nell'attuale fase della produzione una durata di lavoro media di cinque ore al giorno da parte di ogni uomo capace di lavoro basterebbe a soddisfare tutti gli interessi materiali della società" [Schulz in, 1844, Karl Marx]

 

Si può dunque dire che

 

"mentre la divisione del lavoro aumenta la forza produttiva del lavoro, la ricchezza e il raffinamento della società, impoverisce l'operaio sino a ridurlo ad una macchina. Mentre il lavoro provoca l'accumulazione dei capitali e con esso il benessere crescente della società, rende l'operaio sempre più dipendente dal capitalista, lo espone ad una concorrenze maggiore, lo spinge nella caccia senza quartiere della superproduzione a cui segue un rilassamento altrettanto grande". [1844, Karl Marx]

"Certamente il lavoro produce per i ricchi cose meravigliose; ma per gli operai produce soltanto privazioni. Produce palazzi ma per l'operaio spelonche. Produce bellezza ma per l'operaio deformità. Sostituisce il lavoro con macchine, ma ricaccia una parte degli operai in un lavoro barbarico e trasforma l'altra parte in macchine. Produce cose dello spirito, ma per l'operaio idiotaggine e cretinismo". [1844, Karl Marx]

 

Si genera quindi una triplice estraniazione del lavoratore:

l) nei confronti dell'oggetto prodotto.

 

"L'oggetto che il lavoro produce, il prodotto del lavoro, si contrappone ad esso come un essere estraneo, come una potenza indipendente da colui che la produce. Il prodotto del lavoro è il lavoro che si è fissato in un oggetto, è diventato una cosa, è l'oggettivazione del lavoro. La realizzazione del lavoro e la sua oggettivazione. Questa realizzazione del lavoro appare nello stadio dell'economia privata come un annullamento dell'operaio, l'oggettivazione appare come perdita e asservimento dell'oggetto, l'appropriazione come estraniazione, come alienazione". [1844, Karl Marx]

 

2) nei confronti dell'attività produttiva.

 

"Il lavoro è esterno all'operaio, cioè non appartiene al suo essere, e quindi nel suo lavoro egli non si afferma ma si nega, si sente non soddisfatto, ma infelice, non sviluppa una libera energia fisica e spirituale, ma sfinisce il suo corpo e distrugge il suo spirito. Perciò l'operaio solo fuori del lavoro si sente presso di sé; e si sente fuori di sé nel lavoro. È a casa propria se non lavora; e se lavora non è a casa propria. Il suo lavoro quindi non è volontario, ma costretto, è un lavoro forzato. Non è quindi il soddisfacimento di un bisogno ma soltanto un mezzo per soddisfare bisogni estranei. La sua estraneità si rivela chiaramente nel fatto che non appena vien meno la coazione fisica o qualsiasi altra coazione, il lavoro viene sfuggito come la peste." [1844, Karl Marx]

 

3) nei confronti dell'essere umano in quanto il lavoro alienato crea una conflittualità fra individuo e natura e fra individuo e specie.

 

"Il lavoro estraniato rende estranea all'uomo 1) la natura e 2) l'uomo stesso, la sua propria funzione attiva, la sua attività vitale, rende estraneo all'uomo la specie; fa della vita della specie un mezzo della vita individuale. In primo luogo il lavoro rende estranea la vita della specie e la vita individuale, in secondo luogo fa di quest'ultima nella sua astrazione uno scopo della prima, ugualmente nella sua forma astratta ed estraniata.

Infatti, il lavoro, l'attività vitale, la vita produttiva stessa appaiono all'uomo in primo luogo soltanto come un mezzo per la soddisfazione di un bisogno, del bisogno di conservare l'esistenza fisica. Ma la vita produttiva è la vita della specie. È la vita che produce la vita." [1844, Karl Marx]

"Il lavoro estraniato rovescia il rapporto in quanto l'uomo, proprio perché è un essere cosciente, fa della sua attività vitale, della sua essenza (cioè del lavoro che è "creazione pratica di un mondo oggettivo, trasformazione della natura inorganica" e segno della sua appartenenza ad una specie) un mezzo per la sua esistenza". [1844, Karl Marx]

"In generale la proposizione che all'uomo è reso estraneo il suo essere in quanto appartenente ad una specie significa che un uomo è reso estraneo all'altro uomo e altresì che ciascuno di essi è reso estraneo all'essenza dell'uomo". [1844, Karl Marx]

 

Questa estraniazione del lavoratore è in rapporto diretto con l'esistenza della proprietà privata. Per Marx

 

"la proprietà privata è il prodotto, il risultato, la conseguenza necessaria del lavoro alienato, del rapporto di estraneità che si stabilisce tra l'operaio da un lato, e la natura e lui stesso dall'altro".

"Anche se la proprietà privata appare come il fondamento, la causa del lavoro alienato, essa ne è piuttosto la conseguenza". [1844, Karl Marx]

 

Quindi per sopprimere la proprietà privata occorre eliminare il lavoro alienato che è produttore di quella.

Marx ha della proprietà privata una concezione che va al di là del rozzo titolo di possesso di beni materiali. In questa concezione chi si è (essere) gioca un ruolo centrale rispetto a ciò che si ha (avere).

 

"La proprietà privata ci ha resi così ottusi ed unilaterali che un oggetto è considerato nostro soltanto quando lo abbiamo, e quindi quando esso esiste per noi come capitale o è da noi immediatamente posseduto, mangiato, bevuto, portato sul nostro corpo, abitato, ecc., in breve quando viene da noi usato; sebbene la proprietà privata concepisca a sua volta tutte queste realizzazioni immediate del possesso soltanto come mezzi di vita, e la vita, a cui servono come mezzi, sia la vita della proprietà privata, del lavoro e della capitalizzazione.

Al posto di tutti i sensi fisici e spirituali è quindi subentrata la semplice alienazione di tutti questi sensi, il senso dell'avere. L'essere umano doveva essere ridotto a questa assoluta povertà, affinché potesse estrarre da sé la sua ricchezza interiore." [1844, Karl Marx]

 

Nella concezione di Marx

 

"La soppressione della proprietà privata rappresenta quindi la completa emancipazione di tutti i sensi e di tutti gli attributi umani; ma è una emancipazione siffatta appunto perché questi sensi e questi attributi sono diventati umani, sia soggettivamente sia oggettivamente, L'occhio è diventato occhio umano non appena il suo oggetto è diventato un oggetto sociale, umano, che procede dall'uomo per l'uomo". [1844, Karl Marx]

"Soltanto attraverso l'intero svolgimento oggettivo della ricchezza dell'essere umano, viene in parte educata, in parte prodotta la ricchezza della sensibilità soggettiva dell'uomo, e parimenti un orecchio per la musica, un occhio per la bellezza della forma, in breve i soli sensi capaci di un godimento umano, quei sensi che si confermano come forze essenziali dell'uomo. Infatti non solo i cinque sensi, ma anche i cosiddetti sensi spirituali, i sensi pratici (il volere, l'amore, ecc.), in una parola il senso umano, l'umanità dei sensi, si formano soltanto attraverso l'esistenza dell'oggetto loro proprio, attraverso la natura umanizzata. L'educazione dei cinque sensi è un'opera di tutta la storia del mondo sino ad oggi". [1844, Karl Marx]

 

In presenza di questa situazione di alienazione, Marx vede nel comunismo l'espressione positiva della soppressione della proprietà privata. Occorre però chiarire che cosa Marx intenda per comunismo.

Egli delinea tre forme o fasi di comunismo:

1) il comunismo rozzo che rappresenta la generalizzazione della proprietà privata.

 

"Il possesso fisico immediato ha per esso il valore di unico scopo della vita e dell'esistenza; l'attività degli operai non viene soppressa ma estesa a tutti; il rapporto della proprietà privata rimane il rapporto della comunità con il mondo delle cose". [1844, Karl Marx]

"Questo comunismo, in quanto nega ovunque la personalità dell'uomo, non è proprio altro che l'espressione conseguente della proprietà privata, la quale è questa negazione. L'invidia universale, che si trasforma in una forza, non è altro che la forma mascherata sotto cui si presenta l'avidità." "Il comunismo rozzo non è che il compimento di questa invidia e di questo livellamento".

"La prima soppressione positiva della proprietà privata, il comunismo rozzo, è dunque soltanto una manifestazione della abiezione della proprietà privata che si vuole porre come comunità positiva". [1844, Karl Marx]

 

2) il comunismo incompiuto, ancora intriso di politica (democratica o dispotica).

 

"In entrambe le forme il comunismo sa già di essere la reintegrazione o il ritorno dell'uomo a sé stesso, la soppressione della autoestraniazione dell'uomo, ma non avendo ancora colto l'essenza positiva della proprietà privata, ed avendo altrettanto poco compreso la natura umana del bisogno, rimane ancora avvinghiato e infetto dalla proprietà privata". [1844, Karl Marx]

 

3) il comunismo realizzato vale a dire

 

"il comunismo come soppressione positiva della proprietà privata intesa come autoestraniazione dell'uomo e quindi come reale appropriazione dell'essenza dell'uomo mediante l'uomo e per l'uomo; perciò come ritorno dell'uomo per sé, dell'uomo come essere sociale, cioè umano, ritorno completo, fatto cosciente, maturato entro tutta la ricchezza dello svolgimento storico sino ad oggi. Questo comunismo s'identifica, in quanto naturalismo giunto al proprio compimento, con l'umanismo, in quanto umanismo giunto al proprio compimento, col naturalismo; è la vera risoluzione dell'antagonismo tra la natura e l'uomo, tra l'uomo e l'uomo, la vera risoluzione della contesa tra l'esistenza e l'essenza, tra l'oggettivazione e l'autoaffermazione, tra la libertà e la necessità, tra l'individuo e la specie". [1844, Karl Marx]

 

Quindi, tenendo presente l'originalità nell'uso marxiano dei concetti di proprietà e di comunismo, risulta chiaro che

 

"La soppressione positiva della proprietà privata, in quanto appropriazione della vita umana è dunque la soppressione positiva di ogni estraniazione, e quindi il ritorno dell'uomo, dalla religione, dalla famiglia, dallo stato, ecc. alla sua esistenza umana, cioè sociale". [1844, Karl Marx]


 


 

L'ideologia tedesca

L'ideologia tedesca segna un punto di passaggio molto importante nell'analisi sulla divisione del lavoro. Marx ed Engels passano in rassegna le diverse forme storiche in cui si è presentata la proprietà, in quanto a queste forme sono correlati i diversi stadi di sviluppo della divisione del lavoro.


La proprietà tribale

Innanzi tutto la proprietà tribale che

 

"corrisponde a quel grado non ancora sviluppato della produzione in cui un popolo vive di caccia e di pesca, dell'allevamento del bestiame o al massimo dell'agricoltura". "In questa fase la divisione del lavoro è ancora pochissimo sviluppata e non è che un prolungamento della divisione naturale del lavoro nella famiglia". [1845, Karl Marx - Friedrich Engels]

 

La proprietà della comunità antica e dello Stato

In un periodo posteriore vi è

 

"la proprietà della comunità antica e dello Stato, che ha origine dalla fusione di più tribù in una città ... e in cui continua ad esistere la schiavitù". [1845, Karl Marx - Friedrich Engels]

 

In questa fase, la divisione del lavoro è già più sviluppata.

 

"Troviamo già l'antagonismo fra città e campagna, più tardi l'antagonismo tra Stati che rappresentano l'interesse della città e Stati che rappresentano quello della campagna, e all'interno delle stesse città, l'antagonismo fra l'industria e il commercio marittimo". [1845, Karl Marx - Friedrich Engels]

 

La proprietà feudale

La terza forma, è la proprietà feudale o degli ordini.

Essa consiste principalmente

 

"da una parte nella proprietà fondiaria col lavoro servile che vi era legato, dall'altra nel lavoro personale [artigiano] con un piccolo capitale che si assoggettava il lavoro dei garzoni". [1845, Karl Marx - Friedrich Engels]

"Durante il fiorire del feudalesimo la divisione del lavoro era assai limitata. Ogni paese portava in sé l'antagonismo di città e campagna; l'organizzazione in ordini era fortemente marcata ma al di fuori della separazione fra principi, nobiltà, clero e contadini nelle campagne, e fra maestri, garzoni e apprendisti e ben presto anche plebei a giornata nelle città, non esisteva alcuna divisione di rilievo. Nell'agricoltura vi si opponeva la coltivazione parcellare, accanto alla quale sorgeva l'industria domestica degli stessi contadini; nell'industria il lavoro non era affatto diviso all'interno dei singoli mestieri, pochissimo diviso tra un mestiere e l'altro. La divisione fra industria e commercio preesisteva nelle città più antiche, mentre nelle nuove si sviluppava lentamente quando fra esse si stabilivano rapporti". [1845, Karl Marx - Friedrich Engels]

 

Tutto questo di scorso storico vuole mettere in luce che

 

"il grado di sviluppo delle forze produttive di una nazione è indicato nella maniera più chiara dal grado di sviluppo a cui è giunta la divisione del lavoro". [1845, Karl Marx - Friedrich Engels]

 

Tale divisione sorge dalla

 

"coscienza della necessità di stabilire dei contatti con gli individui circostanti".

"Questa coscienza ... perviene ad uno sviluppo e ad un perfezionamento ulteriori in virtù dell'accresciuta produttività, dell'aumento dei bisogni e dell'aumento della popolazione che sta alla base dell'uno e dell'altro fenomeno". [1845, Karl Marx - Friedrich Engels]

"Si sviluppa così la divisione del lavoro, che in origine era niente altro che la divisione del lavoro nell'atto sessuale, e poi la divisione del lavoro che si produce spontaneamente o 'naturalmente' in virtù della disposizione naturale (per esempio la forza fisica), del bisogno, del caso, ecc.". [1845, Karl Marx - Friedrich Engels]

 

Tutti questi sono aspetti della divisione del lavoro in quanto differenziazione di funzioni.

 

"La divisione del lavoro diventa una divisione reale solo dal momento in cui interviene una divisione fra il lavoro manuale e il lavoro intellettuale. Da questo momento in poi la coscienza può realmente figurarsi di essere qualche cosa di diverso dalla coscienza della prassi esistente, concepire realmente qualche cosa, senza concepire alcunché di reale". [1845, Karl Marx - Friedrich Engels]

 

In polemica contro le scorie dell'idealismo hegeliano che vedevano la storia risolventesi nel puro dibattito teorico delle idee, Marx ed Engels affermano:

 

"D'altronde è del tutto indifferente quel che la coscienza si mette a fare per conto suo; da tutta questa porcheria ricaviamo, come unico risultato, che questi tre momenti, la forza produttiva, la situazione sociale e la coscienza, possono e debbono entrare in contraddizione fra loro perché con la divisione del lavoro si da la possibilità anzi la realtà, che l'attività spirituale e attività materiale, il godimento e il lavoro, la produzione e il consumo, tocchino a individui diversi, e la possibilità, che essi non entrino in contraddizione sta solo nel tornare ad abolire la divisione del lavoro". [1845, Karl Marx - Friedrich Engels]

"La divisione del lavoro, che implica tutte queste contraddizioni e che a sua volta è fondata sulla divisione naturale del lavoro nella famiglia e sulla separazione della società in singole famiglie opposte l'una all'altra, implica in pari tempo anche la ripartizione, e precisamente la ripartizione ineguale, sia per quantità che per qualità, del lavoro e dei suoi prodotti, e quindi la proprietà che ha già il suo germe, la sua prima forma, nella famiglia dove la donna e i figli sono gli schiavi dell'uomo". [1845, Karl Marx - Friedrich Engels]

 

Emerge man mano l'importanza della divisione del lavoro quale base su cui si reggono la proprietà privata, l'alienazione, la contrapposizione fra interessi personali, in una parola, diseguali rapporti di potere.

Per quanto riguarda il rapporto tra divisione del lavoro e proprietà privata, per Marx ed Engels esse

 

"sono espressioni identiche: con la prima si esprime in riferimento all'attività esattamente ciò che con l'altra si esprime in riferimento al prodotto dell'attività". [1845, Karl Marx - Friedrich Engels]

 

Inoltre

 

"con la divisione del lavoro è data immediatamente la contraddizione fra l'interesse del singolo individuo o della singola famiglia e l'interesse collettivo di tutti gli individui che hanno rapporti reciproci; e questo interesse collettivo non esiste puramente nell'immaginazione come universale ma esiste innanzi tutto nella realtà come dipendenza reciproca degli individui fra i quali il lavoro è diviso". [1845, Karl Marx - Friedrich Engels]

 

Per cui,

 

"appena il lavoro comincia ad essere diviso ciascuno ha una sfera di attività determinata ed esclusiva che gli viene imposta e dalla quale non può sfuggire: è cacciatore, pescatore o pastore o critico critico [allusione alla critica pura di Bruno Bauer] e tale deve restare se non vuole perdere i mezzi per vivere". [1845, Karl Marx - Friedrich Engels]

 

E con un volo dell'immaginazione, Marx ed Engels concepiscono la società comunista come quella società in cui

 

"ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere",

 

e in cui

 

"la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell'altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia, senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico".

"Questo fissarsi dell'attività sociale, questo consolidamento del nostro proprio prodotto in un potere obiettivo che ci sovrasta, che cresce fino a sfuggire al nostro controllo, che contraddice le nostre aspettative, che annienta i nostri calcoli, è stato fino ad oggi uno dei momenti principali dello sviluppo storico, e appunto da questo antagonismo fra interesse particolare e interesse collettivo, l'interesse collettivo prende una configurazione autonoma come Stato, separato dai reali interessi singoli e generali, e in pari tempo come comunità illusoria, ma sempre sulla base reale di legami esistenti in ogni conglomerato familiare e tribale, come la carne e il sangue, la lingua, la divisione del lavoro accentuata e altri interessi, e soprattutto, sulla, base delle classi già determinate dalla divisione del lavoro". [1845, Karl Marx - Friedrich Engels]

 

Come si ricava da quest'ultima affermazione, la divisione del lavoro è il prius che determina anche la differenziazione in classi. Tra queste

 

"la classe che dispone dei mezzi della produzione materiale, dispone con ciò in pari tempo dei mezzi della produzione intellettuale, cosicché ad essa in complesso sono assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi della produzione intellettuale". [1845, Karl Marx - Friedrich Engels]

 

Allora, per uscire da una situazione di subordinazione è necessario che tutti gli individui si approprino delle conoscenze materiali e intellettuali.

 

"Gli individui devono appropriarsi la totalità delle forze produttive esistenti".

"L'appropriazione di queste forze non è altro essa stessa che lo sviluppo delle facoltà individuali corrispondenti agli strumenti materiali di produzione. Per questo solo fatto l'appropriazione di una totalità di strumenti di produzione è lo sviluppo di una totalità di facoltà negli individui stessi". [1845, Karl Marx - Friedrich Engels]

 

In definitiva, già nell'Ideologia Tedesca emergono, in maniera chiara, le premesse su cui poggia e i punti su cui si articola la società comunista:

 

1) "Il comunismo per noi - dicono Marx ed Engels - non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente". [1845, Karl Marx - Friedrich Engels]

2) Questo movimento reale parte e si poggia sulla realtà della stessa società borghese: "Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto preesistente". [1845, Karl Marx - Friedrich Engels]

3) "Il comunismo ... non può affatto esistere se non come esistenza storica universale".

"Il comunismo è possibile empiricamente solo come azione dei popoli dominati tutti in 'una volta' e simultaneamente, ciò che presuppone lo sviluppo universale della forza produttiva e le relazioni mondiali che esso comunismo implica". [1845, Karl Marx - Friedrich Engels]

4) Il comunismo presuppone un elevato grado di sviluppo delle forze produttive (materiali e intellettuali) che sia condizione per un loro sviluppo integrale. "Senza di esso si genererebbe soltanto la miseria e quindi col bisogno ricomincerebbe anche il conflitto per il necessario e ritornerebbe per forza tutta la vecchia merda"; e poi perché "solo con questo sviluppo universale delle forze produttive possono aversi relazioni universali fra gli uomini" in cui gli individui non sono più "individui locali inseriti nella storia universale" ma "individui empiricamente universali". [1845, Karl Marx - Friedrich Engels]


 


 

Miseria della filosofia

Nella critica a Proudhon, che è il motivo immediato per la stesura della "Miseria della filosofia", emergono alcuni aspetti interessanti sul tema della divisione del lavoro. Al di là della affermazione consueta che

 

"la caratteristica peculiare della divisione del lavoro all'interno della società moderna sta nel fatto di generare le specializzazioni, i tipi e, con esse, l'idiotismo del mestiere", [1847, Karl Marx]

 

vi è la messa in luce di un rapporto particolare intercorrente tra sviluppo delle macchine e particolare tipo di divisione del lavoro.

 

"Il lavoro si organizza e si divide diversamente a seconda degli strumenti dei quali dispone. Il mulino a braccia suppone una divisione del lavoro diversa da quella del mulino a vapore". [1847, Karl Marx]

 

Per Marx, le macchine creano e sono il prodotto della divisione del lavoro. Infatti

 

"ogni grande invenzione della meccanica viene seguita da una più grande divisione del lavoro, mentre ogni accrescimento nella divisione del lavoro conduce a sua volta a nuove invenzioni meccaniche". [1847, Karl Marx]

 

Avrebbe torto dunque Proudhon a vedere nelle macchine "un modo di riunire diverse particelle del lavoro, che la divisione aveva separato" [Proudhon in, 1847, Karl Marx]

Marx dice espressamente che

 

"niente è più assurdo che vedere nelle macchine l'antitesi della divisione del lavoro, la sintesi che ristabilisce l'unità del lavoro frazionato". [1847, Karl Marx]

 

Ma l'affermazione marxiana che

 

"la macchina è una riunione degli strumenti di lavoro e niente affatto una combinazione dei lavori per l'operaio stesso", [1847, Karl Marx]

 

ignora che, ad ogni strumento, corrisponde una particolare operazione lavorativa, come risulta da una frase di Babbage, citata da Marx, proprio per confutare Proudhon:

 

"Quando, per effetto della divisione del lavoro, ciascuna, operazione particolare è stata ridotta all'impiego di uno strumento semplice, la riunione di tutti questi strumenti azionati da un solo motore costituisce una macchina". [Babbage in, 1847, Karl Marx]

 

Sembra vero dunque il contrario di quanto afferma Marx, e che quindi, nella sua espressione più avanzata (automazione), la macchina rappresenti oltre che una riunione degli strumenti di lavoro, anche e soprattutto una combinazione di diverse parti di un lavoro. E ciò, oltre ad avere implicazioni notevolissime per quanto riguarda lo sviluppo attuale delle forze produttive (macchine) in riferimento al superamento della divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, contraddice Marx nella sua polemica con Proudhon sul problema delle macchine.

Perché, se è chiaro per Marx che ad un tipo di macchina corrisponde un determinato tipo di divisione del lavoro, è appunto in un certo tipo e grado di sviluppo delle macchine che è possibile vedere una delle antitesi alla divisione del lavoro. E la fabbrica meccanizzata, ne è consapevole lo stesso Marx, è un primo accenna di questo processo:

 

"Ciò che caratterizza la divisione del lavoro nella fabbrica meccanizzata è che il lavoro vi ha perduto ogni carattere di specializzazione. Ma dal momento che ogni sviluppo speciale cessa, il bisogno di universalità, la tendenza verso uno sviluppo integrale dell'individuo comincia a farsi sentire. La fabbrica meccanica cancella le specializzazioni e l'idiotismo del mestiere". [1847, Karl Marx]


 


 

Il Capitale

Nel volume I del Capitale, Marx inquadra le varie fasi del modo di produzione capitalistico:

1) la cooperazione  2) la manifattura  3) la grande industria,

a cui corrispondono livelli e forme diverse di divisione del lavoro.

 

"L'operare di un numero piuttosto considerevole di operai, allo stesso tempo, nello stesso luogo (o, se si vuole, nello stesso campo di lavoro), per la produzione dello stesso genere di merci, sotto il comando dello stesso capitalista, costituisce storicamente e concettualmente il punto di partenza della produzione capitalistica". [1867, Karl Marx]

 

La cooperazione

 

"La forma del lavoro di molte persone che lavorano l'una accanto all'altra e l'una assieme all'altra secondo un piano, in uno stesso processo di produzione, o in processi di produzione differenti ma connessi, si chiama cooperazione". [1867, Karl Marx]

"La cooperazione degli operai salariati è un semplice effetto del capitale che li impiega simultaneamente; la connessione delle loro funzioni e la loro unità come corpo produttivo complessivo stanno al di fuori degli operai salariati, nel capitale che li riunisce e li tiene insieme. Quindi agli operai salariati la connessione fra i loro lavori si contrappone, idealmente come piano, praticamente come autorità del capitalista, come potenza di una volontà estranea che assoggetta al proprio fine le loro azioni". [1867, Karl Marx]

 

Dunque, già nella "cooperazione" l'operaio non ha più coscienza del processo complessivo di produzione ed è ridotto a strumento sotto la guida "dispotica" del capitalista.

La manifattura

 

"Quella cooperazione che poggia sulla divisione del lavoro, si crea la propria figura classica nella manifattura e predomina come forma caratteristica del processo di produzione capitalistico durante il vero e proprio periodo della manifattura, il quale, così all'ingrosso, va dalla metà del secolo sedicesimo all'ultimo terzo del diciottesimo". [1867, Karl Marx]

"La manifattura ha origine, cioè si elabora dal lavoro artigianale, in duplice maniera. Da un lato, parte dalla combinazione di mestieri di tipo differente, autonomi, i quali vengono ridotti a dipendenza, e unilateralità fino al punto da costituire ormai operazioni parziali reciprocamente integrantisi del processo di produzione di una sola e medesima merce. Dall'altro lato la manifattura parte dalla cooperazione di artigiani dello stesso tipo, disgrega lo stesso mestiere individuale nelle sue differenti operazioni particolari, e le isola e le rende indipendenti fino al punto che ciascuna di esse diviene funzione esclusiva d'un operaio particolare. Quindi la manifattura, da una parte introduce o sviluppa ulteriormente la divisione del lavoro in un processo di produzione; dall'altra parte, combina mestieri prima separati. Ma qualunque ne sia il punto particolare di partenza, la sua figura conclusiva è sempre la stessa: un meccanismo di produzione i cui organi sono uomini". [1867, Karl Marx]

 

Quindi nella manifattura si attua

 

"la disgregazione di una attività artigianale nelle sue differenti operazioni parziali"; "l'abilità artigianale rimane fondamento del processo di produzione", solo che "ogni operaio viene appropriato esclusivamente ad una funzione parziale, e la sua forza-lavoro viene trasformata nell'organo di tale funzione parziale, vita natural durante". [1867, Karl Marx]

 

Inoltre

 

"il periodo della manifattura, semplifica, perfeziona e moltiplica gli strumenti di lavoro adattandoli alle funzioni particolari esclusive dei lavoratori parziali: e così crea contemporaneamente una delle condizioni materiali delle macchine, che consistono d'una combinazione di strumenti semplici.

L'operaio parziale e il suo strumento costituiscono gli elementi semplici della manifattura". [1867, Karl Marx]

 

Manifattura e divisione del lavoro

 

"La divisione del lavoro di tipo manifatturiero presuppone l'autorità incondizionata del capitalista su uomini che costituiscono solo le membra di un meccanismo complessivo di sua proprietà". [1867, Karl Marx]

"La manifattura in senso proprio non solo assoggetta l'operaio, prima indipendente, al comando e alla disciplina del capitale, ma crea inoltre una graduazione gerarchica fra gli operai stessi. Mentre la cooperazione semplice lascia inalterato nel complesso il modo di lavorare del singolo, la manifattura rivoluziona questo modo di lavorare da cima a fondo, e prende alla radice la forza-lavoro individuale. Storpia l'operaio e ne fa una mostruosità favorendone, come in una serra, la abilità di dettaglio, mediante la, soppressione di un mondo intero di impulsi e di disposizioni produttive".

"Non solo i particolari lavori parziali vengono suddivisi fra diversi individui, ma l'individuo stesso viene diviso, viene trasformato in motore automatico d'un lavoro parziale". [1867, Karl Marx]

"Le cognizioni, l'intelligenza e la volontà che il contadino indipendente o il maestro artigiano sviluppano anche se su piccola scala ... ormai sono richieste soltanto per il complesso dell'officina. Le potenze intellettuali della produzione allargano la loro scala da una parte perché scompaiono da molte parti. Quel che gli operai parziali perdono si concentra nel capitale di contro a loro. Questa contrapposizione delle potenze intellettuali del processo materiale di produzione agli operai, come proprietà non loro e come potere che li domina, è un prodotto della divisione del lavoro di tipo manifatturiero. Questo processo di scissione comincia nella cooperazione semplice dove il capitalista rappresenta l'unità e la volontà del corpo lavorativo sociale di fronte ai singoli operai; si sviluppa nella manifattura, che mutila l'operaio facendone un operaio parziale; si completa nella grande industria che separa la scienza, facendone una potenza produttiva indipendente dal lavoro, e la costringe a entrare al servizio del capitale". [1867, Karl Marx]

 

Per Marx, la liberazione del proletariato dal suo stato di dipendenza e sfruttamento consiste nella riappropriazione della scienza, vale a dire, della totalità del processo conoscitivo. Una organizzazione del lavoro che richiede ai lavoratori il minor uso possibile delle facoltà intellettuali, li costringe a uno stato permanente di subordinazione. Questo impedisce lo sviluppo delle forze produttive dell'operaio al fine di evitare un loro contrasto con rapporti di produzione che si basano sull'alienazione e sulla subordinazione. È questo il punto centrale di tutto il discorso sulla divisione del lavoro e sulla liberazione dei lavoratori manuali.

Marx prosegue l'analisi facendo alcune citazioni.

Secondo W. Thompson :

 

"L'uomo di scienza e l'operaio produttivo sono separati da ampio tratto, e la scienza, invece di aumentare, in mano all'operaio, la sua forza produttiva a suo favore, gli si è quasi dappertutto contrapposta ... . La conoscenza diviene uno strumento che può essere separato dal lavoro e contrapposto ad esso". [W. Thompson in,1867, Karl Marx]

 

L'introduzione di macchine più perfezionate e in numero maggiore porta al superamento della manifattura, e alla nascita della grande industria.

Con essa scompaiono quasi tutti i residui artigianali sopravvissuti ancora a fondamento dei precedenti modi di produzione.

 

"Le macchine superano l'attività di tipo artigiano come principio regolatore della produzione sociale. Così, da una parte viene eliminata la ragione tecnica dell'annessione dell'operaio ad una funzione parziale per tutta la vita, e dall'altra cadono i limiti che quello stesso principio ancora imponeva al dominio del capitale". [1867, Karl Marx]

 

La grande industria diventa allora veicolo per l'allargamento e l'approfondimento dell'alienazione e dello sfruttamento, e strumento, al tempo stesso, per il superamento dell'una e dell'altro.

La grande industria.

 

"Nella manifattura la rivoluzione del modo di produzione prende come punto di partenza la forza-lavoro; nella grande industria, il mezzo di lavoro". [1867, Karl Marx]

 

Le diverse funzioni compiute da una serie di operai parziali con differenti strumenti, vengono raggruppate, dove è possibile, in un macchinario.

 

"La macchina, dalla quale prende le mosse la rivoluzione industriale, sostituisce l'operaio che maneggia un singolo strumento con un meccanismo che opera in un sol tratto con una massa degli stessi strumenti o di strumenti analoghi, e che viene mosso da una forza motrice unica, qualsiasi possa esserne la forma". [1867, Karl Marx]

"Appena la macchina operatrice compie senza assistenza umana tutti i movimenti necessari per la lavorazione della materia prima, ed ha ormai bisogno soltanto di servizio ausiliario da parte dell'uomo, abbiamo un sistema automatico di macchine, che però è sempre suscettibile di elaborazione nei particolari". [1867, Karl Marx]

"Un sistema articolato di macchine operatrici che ricevono il movimento da un meccanismo automatico centrale soltanto mediante il macchinario di trasmissione costituisce la forma più sviluppata della produzione a macchina". [1867, Karl Marx]

 

Per quanto riguarda l'aspetto concernente il lavoro,

 

"nella manifattura l'articolazione del processo lavorativo sociale è puramente soggettiva, è una combinazione di operai parziali; nel sistema delle macchine la grande industria possiede un organismo di produzione del tutto oggettivo, che l'operaio trova davanti a sé, come condizione materiale di produzione già pronta. Nella cooperazione semplice e anche in quella specificata mediante la divisione del lavoro, la soppressione dell'operaio isolato da parte dell'operaio socializzato appare ancora sempre più o meno casuale. Il macchinario con alcune eccezioni che ricorderemo più avanti, funziona soltanto in mano al lavoro immediatamente socializzato, ossia al lavoro in comune. Ora il carattere cooperativo del processo lavorativo diviene dunque necessità tecnica imposta dalla natura del mezzo di lavoro stesso". [1867, Karl Marx]

 

Assieme alla socializzazione del lavoro, la grande industria introduce anche la possibilità tecnica della rotazione delle mansioni.

 

"In quanto la divisione del lavoro nella fabbrica automatica riappare, essa è in primo luogo distribuzione degli operai fra le macchine specializzate".

"Ma il funzionamento a macchina elimina la necessità di consolidare questa distribuzione, come accadeva per la manifattura, mediante l'appropriazione permanente dello stesso operaio alla stessa funzione".

"Siccome il movimento complessivo della fabbrica non parte dall'operaio ma, dalla macchina, può aver luogo un continuo cambiamento delle persone senza che ne derivi un'interruzione del processo lavorativo". [1867, Karl Marx]

 

Pur essendo possibile, tale rotazione viene attuata solo in caso di necessità estrema, ad esempio quando un diverso comportamento danneggerebbe il processo produttivo. I rischi (per i detentori del potere) di un inizio di de-idiotismo dei lavoratori, connesso e indotto dalla variazione dei compiti, spingono a conservare il vecchio schema di lavoro proprio della manifattura.

Per cui

 

"benché il macchinario distrugga teoricamente il vecchio sistema della divisione del lavoro, in un primo tempo questo sistema si trascina nella fabbrica per consuetudine come tradizione della manifattura, per essere poi riprodotto e consolidato sistematicamente dal capitale quale mezzo di sfruttamento della forza-lavoro in una forma ancor più schifosa. Dalla specialità di tutta una vita, consistente nel maneggiare uno strumento parziale, si genera la specialità di tutta una vita, consistente nel servire una macchina parziale. Del macchinario si abusa per trasformare l'operaio stesso, fin dall'infanzia, nella parte di una macchina parziale. Così, non solo diminuiscono notevolmente le spese necessarie alla riproduzione dell'operaio, ma allo stesso tempo si completa la sua assoluta dipendenza dall'insieme della fabbrica, quindi dal capitalista." [1867, Karl Marx]

"Nella manifattura e nell'artigianato l'operaio si serve dello strumento, nella fabbrica è l'operaio che serve la macchina. Là dall'operaio parte il movimento del mezzo di lavoro, il cui movimento qui egli deve seguire. Nella manifattura gli operai costituiscono le articolazioni di un meccanismo vivente. Nella fabbrica esiste un meccanismo morto indipendente da essi, e gli operai gli sono incorporati come appendici umane". [1867, Karl Marx]


"Il lavoro alla macchina intacca in misura estrema il sistema nervoso, sopprime l'azione molteplice dei muscoli e confisca ogni libera attività fisica e mentale. La stessa facilità del lavoro diventa un mezzo di tortura, giacché la macchina non libera dal lavoro l'operaio, ma toglie il contenuto al suo lavoro. È  fenomeno comune a tutta la produzione capitalistica ... che non è l'operaio ad operare le condizioni del lavoro ma, viceversa, la condizione del lavoro ad operare l'operaio; ma questo capovolgimento viene ad avere soltanto con le macchine una realtà teoricamente evidente". [1867, Karl Marx]


"La scissione fra le potenze mentali del processo di produzione e il lavoro manuale, la trasformazione di quelle in poteri del capitale sul lavoro si compie, come è già stato accennato prima, nella grande industria edificata sulla base delle macchine. L'abilità parziale dell'operaio meccanico individuale svuotato, scompare come un infimo accessorio dinanzi alla scienza, alle immani forze naturali e al lavoro sociale di massa, che sono incarnati nel sistema delle macchine e che con esso costituiscono il potere del padrone". [1867, Karl Marx]

 

A questa situazione di dispotismo industriale, si devono aggiungere le altre contraddizioni introdotte dalle macchine, o meglio, dall'uso capitalistico delle macchine, come Marx tiene a distinguere.

 

"Poiché le macchine, considerate in sé abbreviano il tempo di lavoro mentre adoperate capitalisticamente, prolungano la giornata lavorativa, poiché le macchine in sé alleviano il lavoro e adoperate capitalisticamente ne aumentano l'intensità, poiché in sé sono una vittoria dell'uomo sulla forza della natura e adoperate capitalisticamente soggiogano l'uomo mediante la forza della natura, poiché in sé aumentano la ricchezza del produttore e usate capitalisticamente lo pauperizzano". [1867, Karl Marx]

 

La risoluzione di alcune di queste contraddizioni risiede, oltre che nel diverso uso delle macchine, anche nella generale partecipazione al lavoro.

Infatti,

 

"date l'intensità e la forza produttiva del lavoro, la parte della giornata lavorativa sociale necessaria per la produzione materiale sarà tanto più breve, e la parte di tempo conquistata per la libera attività mentale e sociale degli individui sarà quindi tanto maggiore, quanto più il lavoro sarà distribuito proporzionalmente su tutti i membri della società capaci di lavorare, e quanto meno uno strato della società potrà allontanare da sé la necessità naturale del lavoro e addossarla ad un altro strato.

Il limite assoluto dell'abbreviamento della giornata lavorativa è sotto questo aspetto l'obbligo generale del lavoro. Nella società capitalistica si produce tempo libero per una classe mediante la trasformazione in tempo di lavoro di tutto il tempo di vita delle masse". [1867, Karl Marx]

 

Già nei Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, Marx aveva trattato il tema della diminuzione del tempo di lavoro e dell'incremento della produttività, requisiti necessari per lo sviluppo dell'essere umano:

 

"L'economia effettiva - il risparmio - consiste in un risparmio di tempo di lavoro; ma questo risparmio si identifica con la produttività. Non si tratta quindi affatto di rinuncia al godimento, bensì di sviluppo di capacità, di capacità atte alla produzione, e perciò tanto delle capacità quanto dei mezzi del godimento. La capacità di godere è una condizione per godere, ossia il suo primo mezzo, e questa capacità è lo sviluppo di un talento individuale, è produttività. Il risparmio di tempo di lavoro equivale all'aumento del tempo libero ossia del tempo dedicato allo sviluppo pieno dell'individuo, sviluppo che a sua volta reagisce come massima produttività sulla produttività del lavoro. Esso può essere considerato, dal punto di vista del processo di produzione immediato, come produzione di capitale fisso; questo capitale fisso è l'uomo stesso.

Che del resto lo stesso tempo di lavoro immediato non possa rimanere in astratta antitesi al tempo libero - come si presenta dal punto di vista dell'economia borghese - si intende da sé". [1857-1858, Karl Marx]

 

Macchine e istruzione

È necessario ora porre in luce le ulteriori implicazioni contenute nel sistema delle macchine automatiche in unione con gli sviluppi dell'istruzione, in quanto sono questi due aspetti delle forze produttive (automazione-istruzione) i nodi centrali per il superamento della divisione del lavoro.

 

"S'è visto che la grande industria elimina tecnicamente la divisione del lavoro di tipo manifatturiero con la sua annessione d'un uomo intero ad una operazione parziale vita natural durante, mentre allo stesso tempo, la forma capitalistica della grande industria riproduce in maniera anche più mostruosa quella divisione del lavoro, nella fabbrica, vera e propria, mediante la trasformazione dell'operaio in accessorio consapevole e cosciente di una macchina parziale". [1867, Karl Marx]

 

Ma, caratteristica dell'industria moderna è che essa

 

"non considera e non tratta mai come definitiva la forma esistente di un processo di produzione. Quindi la sua base tecnica è rivoluzionaria, mentre la base di tutti gli altri modi di produzione era sostanzialmente conservatrice. Con le macchine, con i processi chimici e con altri metodi essa sovverte costantemente, assieme alla base tecnica della produzione, le funzioni degli operai e le combinazioni sociali del processo lavorativo. Così essa rivoluziona con altrettanta costanza la divisione del lavoro entro la società e getta incessantemente masse di capitale e masse di operai da una branca della produzione nell'altra. Quindi la natura della grande industria porta con sé variazione del lavoro, fluidità delle funzioni, mobilità dell'operaio in tutti i sensi. Dall'altra parte essa riproduce l'antica divisione del lavoro con le sue particolarità ossificate, ma nella sua forma capitalistica. Si è visto come questa contraddizione assoluta elimini ogni tranquillità, solidità e sicurezza delle condizioni di vita dell'operaio e minacci sempre di fargli saltare di mano col mezzo di lavoro il mezzo di sussistenza e di render superfluo l'operaio stesso rendendo superflua la sua funzione parziale; e come questa contraddizione si sfoghi nell'olocausto ininterrotto della classe operaia, nello sperpero più sfrenato delle energie lavorative e nelle devastazioni derivanti dal disordine sociale. Questo è l'aspetto negativo. Però, se ora la variazione del lavoro si impone soltanto come prepotente legge naturale e con l'effetto ciecamente distruttivo di una legge naturale che incontri ostacoli dappertutto, la grande industria, con le sue stesse catastrofi, fa sì che il riconoscimento della variazione dei lavori e quindi della maggior versatilità possibile dell'operaio come legge sociale generale della produzione e l'adattamento delle circostanze alla attuazione normale di tale legge, diventino una questione di vita o di morte. Per essa diventa questione di vita o di morte sostituire a quella mostruosità che è una miserabile popolazione operaia disponibile, tenuta in riserva per il variabile bisogno di sfruttamento del capitale, la disponibilità assoluta dell'uomo per il variare delle esigenze del lavoro; sostituire all'individuo parziale, mero veicolo di una funzione sociale di dettaglio, l'individuo totalmente sviluppato per il quale le differenti funzioni sociali sono modi di attività che si danno il cambio l'uno con l'altro". [1867, Karl Marx]

 

Marx coglie alcuni sviluppi connessi alle esigenze della grande industria in tema di formazione del lavoratore e di obsolescenza delle specializzazioni. In questo quadro del processo lavorativo, in cui si raffigurano però solo delle tendenze e non una realtà già presente in maniera generalizzata, l'essere umano viene

 

"a porsi in rapporto al processo di produzione come sorvegliante e regolatore". [1857-1858, Karl Marx]

"In questa trasformazione non è né il lavoro immediato, eseguito dall'uomo stesso, né il tempo che egli lavora, ma l'appropriazione della sua produttività generale, la sua comprensione della natura e il dominio su di essa attraverso la sua esistenza di corpo sociale, in una parola, è lo sviluppo dell'individuo sociale che si presenta come il grande pilone di sostegno della produzione e della ricchezza. Il furto del tempo del lavoro altrui, su cui poggia la ricchezza odierna, si presenta come una base miserabile rispetto a questa nuova, base che si e sviluppata nel frattempo e che è stata creata dalla grande industria stessa". [1857-1858, Karl Marx]

 

Per Marx,

 

"lo sviluppo del capitale fisso mostra fino a quale grado il sapere sociale generale, knowledge, è diventato forza produttiva immediata, e quindi le condizioni del processo vitale stesso della società sono passate sotto il controllo del general intellect, e rimodellate in conformità ad esso; fino a quale grado le forze produttive sociali sono prodotte, non solo nella forma del sapere, ma come organi immediati della prassi sociale, del processo di vita reale". [1857-1858, Karl Marx]

 

Arriviamo così al problema dell'istruzione, esaminandolo anche alla luce di queste ultime affermazioni, e inquadrandolo all'interno del contesto storico dell'Inghilterra dell'ottocento.

Per ovviare, almeno nei suoi aspetti più scandalosi, a una situazione lavorativa che porta alla degradazione fisica e intellettuale dei bambini, delle donne e degli uomini, vengono promulgati vari Factory Acts negli anni dal 1830 al 1880, tendenti a regolare l'orario di lavoro, l'igiene nelle fabbriche, il lavoro e l'educazione dei bambini, etc.

Riguardo a quest'ultimo punto, le clausole sull'educazione proclamano che

 

"l'istruzione di fabbrica è obbligatoria, ed è una condizione del lavoro". [Reports of inspectors of factories, 31st October 1863, in, 1867, Karl Marx]

 

Per valutare la difficoltà nell'introduzione di questi pur tenui provvedimenti, spesso evasi, basti citare l'opinione del fabbricante di vetro J. Geddes che così ammaestra il commissario di inchiesta White:

 

"Per quanto io possa vedere, la maggiore quantità di educazione di cui una parte della classe operaia ha fruito negli ultimi anni è stata un male. È pericolosa perché li rende troppo indipendenti". [Children's Employment Commission, in, 1867, Karl Marx]

 

Dalle affermazioni stesse dei fabbricanti emerge quindi l'importanza dell'istruzione come mezzo di liberazione dalla subordinazione totale al padrone. Il successo delle disposizioni sull'istruzione dei bambini

 

"dimostrò per la prima volta la possibilità di collegare l'istruzione e la ginnastica, col lavoro manuale, e quindi anche il lavoro manuale con l'istruzione e la ginnastica. Presto gli ispettori di fabbrica scoprirono dalle deposizioni dei maestri di scuola che i ragazzi di fabbrica, benché usufruiscano solo di metà delle lezioni ricevute dagli scolari regolari delle scuole diurne, imparano quanto loro e spesso di più". [1867, Karl Marx]

"La cosa è semplice: quelli che stanno a scuola solo mezza giornata sono sempre o quasi sempre freschi e ben disposti a ricevere l'istruzione loro impartita. Il sistema metà lavoro e metà scuola fa sì che ognuna delle due occupazioni sia riposo e ristoro dell'altra, ed è quindi molto più adatto per il bambino che l'ininterrotta continuazione dell'uno o dell'altro lavoro. È impossibile che un ragazzo che sta seduto a scuola fin dal primo mattino, e specialmente poi nella stagione calda, possa gareggiare con un altro che se ne viene dal suo lavoro fresco e sveglio". [Reports of inspectors of factories, 31st October 1863, in, 1867, Karl Marx]

 

Marx inoltre riporta ciò che "un setaiolo ingenuo" ebbe a dichiarare ai commissari inquirenti della Children's Employment Commission:

 

"Sono convintissimo che il vero segreto per produrre operai efficienti è stato trovato nell'unione del lavoro e dell'istruzione fin dall'infanzia. Naturalmente il lavoro non deve essere né troppo faticoso né ripugnante né insalubre. Vorrei che i miei propri figli avessero un po' di lavoro e un po' di gioco da alternare con la scuola". [Children's Employment Commission, in, 1867, Karl Marx]

"Dal sistema della fabbrica, come si può seguire nei particolari negli scritti di Robert Owen, è nato il germe dell'educazione dell'avvenire, che collegherà per tutti i bambini oltre una certa età, il lavoro produttivo con l'istruzione e la ginnastica non solo come metodo per aumentare la produzione sociale, ma anche come unico metodo per produrre uomini di pieno e armonico sviluppo". [1867, Karl Marx]

 

In questa frase sono contenuti due punti molto importanti:

1) il primo, di ordine economico, mette in luce il perfetto accordo tra incremento dell'istruzione e incremento della produttività;

2) il secondo, di ordine pedagogico, pone in risalto la necessità di una compenetrazione fra lavoro manuale e lavoro intellettuale per il pieno sviluppo della persona umana.

Anche nella "Critica al programma di Gotha", Marx riconosce apertamente che

 

"il legame precoce tra il lavoro produttivo e l'istruzione è uno dei più potenti mezzi di trasformazione dell'odierna società". [1875, Karl Marx]

 

La legislazione sulle fabbriche ha per Marx il grande pregio di distruggere

 

"tutte le forme antiquate e transitorie dietro le quali si nasconde ancora in parte il dominio del capitale", di accelerare e di generalizzare quelle trasformazioni che fanno maturare "le contraddizioni e gli antagonismi della forma capitalistica del processo di produzione, e quindi contemporaneamente gli elementi di formazione di una società nuova e gli elementi di rivoluzionamento della società vecchia". [1867, Karl Marx]

"Se la legislazione sulle fabbriche, che è la prima concessione strappata a gran fatica al capitale, combina col lavoro di fabbrica soltanto l'istruzione elementare, non c'è dubbio che l'inevitabile conquista del potere politico da parte della classe operaia conquisterà anche all'istruzione tecnologica teorica e pratica il suo posto nelle scuole degli operai. Non c'è dubbio neppure che la forma capitalistica della produzione e la situazione economica degli operai che le corrisponde siano diametralmente antitetiche a questi fermenti rivoluzionari e alla loro meta che è l'abolizione della vecchia divisione del lavoro. Lo svolgimento delle contraddizioni di una forma storica della produzione è tuttavia l'unica via storica per la sua dissoluzione e la sua trasformazione". [1867, Karl Marx]

 


 

Antidühring

Nell' "Antidühring" di Engels si ripresentano tutti i temi sulla divisione del lavoro precedentemente posti in luce: dominio delle macchine sull'essere umano, necessità di passare da una divisione spontanea a una divisione secondo un piano, sviluppo delle forze produttive quale antitesi alla divisione del lavoro.

Dice Engels:

 

"In ogni società nella quale la produzione si sviluppa con spontaneità naturale, e la società odierna è di questo genere, non sono i produttori a dominare i mezzi di produzione, ma i mezzi di produzione a dominare i produttori. In una società siffatta ogni nuova leva della produzione si muta necessariamente in un nuovo mezzo per l'asservimento dei produttori ai mezzi di produzione. Questo vale anzitutto per quella leva della produzione che sino all'introduzione della grande industria è stata di gran lunga la più potente: la divisione del lavoro". [1878, Friedrich Engels]

 

Questa situazione, caratterizzata dalla divisione del lavoro, base della divisione in classi della società ("a base della divisione in classi sta, quindi la legge della divisione del lavoro"[1878, Friedrich Engels]), ha una sua temporanea giustificazione. Infatti,

 

"la divisione della società in una classe che sfrutta e in una classe che è sfruttata, in una classe che domina e in una classe che è oppressa, è stata la conseguenza necessaria del precedente angusto sviluppo della produzione". [1878, Friedrich Engels]

"Ma se, di conseguenza, la divisione in classi ha una certa giustificazione storica, tale giustificazione essa l'ha soltanto per un determinato intervallo di tempo, per determinate condizioni sociali. Essa si è fondata sull'insufficienza della produzione e sarà eliminata dal pieno sviluppo delle forze produttive. Ed in effetti, l'abolizione delle classi sociali ha come suo presupposto un grado di sviluppo storico in cui non solo l'esistenza di questa o di quella determinata classe dominante, ma in generale l'esistenza di una classe dominante e quindi della stessa differenza di classe, è diventata un anacronismo, un vecchiume. Essa ha quindi come suo presupposto un alto grado di sviluppo della produzione nel quale l'appropriazione dei mezzi di produzione e dei prodotti, e perciò del potere politico, del monopolio della cultura e della direzione spirituale da parte di una particolare classe della società non solo è diventata superflua, ma è diventata anche economicamente, politicamente ed intellettualmente un ostacolo allo sviluppo". [1878, Friedrich Engels]

 

Avviene allora che

 

"La società, impadronendosi di tutti i mezzi di produzione per usarli socialmente e secondo un piano, distrugge il precedente asservimento degli uomini ai loro propri mezzi di produzione. Evidentemente la società non si può emancipare senza che ogni singolo sia emancipato. Il vecchio modo di produzione deve quindi essere rivoluzionato fin dalle fondamenta e specialmente deve sparire la vecchia divisione del lavoro. Al suo posto deve subentrare una organizzazione della produzione in cui da una parte nessun singolo può scaricare sulle spalle degli altri la propria  partecipazione al lavoro produttivo, fondamento naturale dell'umana esistenza, in cui dall'altra il lavoro produttivo, anziché mezzo per l'asservimento, diventa mezzo per l'emancipazione degli uomini, poiché fornisce ad ogni singolo l'occasione di sviluppare e di mettere in azione tute quante le sue facoltà sia fisiche che spirituali in tutte le direzioni: in cui così il lavoro, da peso diverrà gioia". [1878, Friedrich Engels]

 

Engels pone anche l'accento sul tempo libero e sugli aspetti rivoluzionari della grande industria, precisando che quanto egli dice non è "né una fantasia né un pio desiderio". Il socialismo scientifico infatti, di contro a quello utopistico, non prefigura modelli desiderati ma cerca di individuare le linee di tendenza effettiva della società attraverso un'analisi attenta della realtà.

 

"Con il presente sviluppo delle forze produttive, l'incremento della produzione determinato dalla socializzazione delle stesse forze produttive, l'eliminazione degli ostacoli e dei turbamenti derivanti dal modo di produzione capitalistico, e l'eliminazione dello sciupío dei prodotti e dei mezzi di produzione, sono già sufficienti per ridurre, posta una partecipazione generale al lavoro, il tempo di lavoro ad una misura che, secondo le idee odierne, è minima". [1878, Friedrich Engels]

"L'appropriazione sociale, eliminando l'insensato sciupío del lusso delle classi oggi dominanti e dei loro rappresentanti politici, libera inoltre a vantaggio della collettività una massa di mezzi di produzione e di prodotti. La possibilità di assicurare, per mezzo della produzione sociale, a tutti i membri della collettività una esistenza che non solo sia completamente sufficiente dal punto di vista materiale e diventi ogni giorno più ricca, ma che garantisca loro lo sviluppo e l'esercizio completamente liberi delle loro facoltà fisiche e spirituali: questa possibilità esiste ora per la prima volta, ma esiste". [1878, Friedrich Engels]


"Né la soppressione della vecchia divisione del lavoro è un'esigenza che potrebbe attuarsi solo a spese della produttività del lavoro.  Al contrario. Essa è diventata una condizione della stessa produzione mediante la grande industria". [1878, Friedrich Engels]

 

A questo proposito vengono ripresi accenni già presenti nel "Capitale", riguardanti la necessità per la grande industria, di operai polivalenti e l'incremento della produttività a ciò connesso. E in tali tendenze risiedono alcuni di quegli

 

"elementi rivoluzionari i quali elimineranno la vecchia divisione del lavoro e rivoluzioneranno tutta la produzione",

 

elementi che sono

 

"già contenuti in germe nelle condizioni della produzione della, grande industria moderna", anche se "il loro sviluppo viene ostacolato dall'attuale modo di produzione capitalistico". [1878, Friedrich Engels]

 

Ma una volta superati i limiti della produzione capitalistica, si arriverà ad

 

"una generazione di produttori provvisti di una educazione sviluppata in tutti i sensi, i quali intendano le basi scientifiche di tutta la produzione industriale e ognuno dei quali abbia percorso praticamente da cima a fondo tutta una serie di rami della produzione". [1878, Friedrich Engels]

 


 

Riferimenti

[1844]  Karl Marx, Manoscritti conomico-filosofici del 1844, Einaudi, Torino, 1970

[1845]  Karl Marx - Friedrich Engels, L'ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma, 1971

[1847]  Karl Marx, Miseria della filosofia, Editori Riuniti, Roma, 1971

[1857-1858]  Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica (Grundrisse), Einaudi, Torino, 1976

[1867]  Karl Marx, Il capitale (Libro I), Editori Riuniti, Roma, 1972

[1875]  Karl Marx, Critica del programma di Gotha, Feltrinelli, Milano, 1970

[1878]  Friedrich Engels, Antidühring, Editori Riuniti, Roma, 1971