Campagne e città nel Basso Medioevo (sec. XI - XV)

Campagne e città nel Basso Medioevo (sec. XI - XV)

 


 

La rinascita sociale ed economica

 

La stabilizzazione delle popolazioni e l'attenuarsi delle lotte interne porta ad una ripresa economico-sociale che è causa ed effetto del generalizzarsi delle innovazioni tecniche (rotazione triennale, aratro pesante, mulino ad acqua) precedentemente menzionate.

Vengono inoltre introdotti perfezionamenti tecnici quali:

- nuovi mezzi di attacco per i buoi (il giogo frontale) e per i cavalli (il collare di spalla) in sostituzione del poco funzionale pettorale che, comprimendo la trachea, rendeva difficoltosa la respirazione per l'animale.

Questi nuovi attacchi permettono, in generale, un traino più efficace e più potente e, in particolare, consentendo l'utilizzo del cavallo nelle pratiche di aratura, accelerano di quasi il doppio la velocità del lavoro che viene anche prolungato per la maggiore resistenza di tale animale alla fatica. [1965, Jacques Le Goff]

- uso del ferro negli strumenti e utensili di lavoro. Oltre alla ferratura dei cavalli che ne migliora ulteriormente il rendimento rendendoli adatti anche ai terreni più duri ed impervi, si assiste ad un impiego sempre più ampio del ferro nei vari attrezzi da lavoro (vomere dell'aratro, erpice, zappa, forca, vanga, ecc.) il che permette una migliore lavorazione del terreno e quindi una maggiore resa produttiva.

- carro a quattro ruote. Dal carro a due ruote di origine romana si passa, verso il XII secolo, ad un carro più ampio e più robusto a quattro ruote, adatto a carichi di una certa consistenza. Questo fatto ha riflessi notevoli sul trasporto di merci per via terra, soprattutto per quanto riguarda l'interscambio campagna-città.

 

La colonizzazione dell'incolto

 

Tutte queste innovazioni, diffondendosi ed integrandosi tra di loro danno vita ad un sistema produttivo in cui il moltiplicarsi quantitativo e qualitativo della forza-lavoro animata (uomini, animali) e inanimata (arnesi, tecniche), rende possibile, nel corso dei secoli XI-XIII, una vasta opera di dissodamenti e di bonifiche [1962, Georges Duby] che allarga lo spazio coltivato e porta ad incrementare notevolmente la produzione agricola.

Gli artefici di questa gigantesca colonizzazione dell'incolto sono:

- i contadini che, spesso in maniera spontanea e individuale, cercano di erodere le macchie boschive e persino i pascoli comuni, a proprio vantaggio, all'insaputa della collettività e dei signori.

- gli "hospites", coloni provenienti da varie regioni che la fame di terra spinge, isolatamente o a gruppi, alla ricerca di nuovi stanziamenti (le "terrae novae") su cui insediarsi.

- gli ordini religiosi (i cistercensi) che, in maniera sistematica, organizzano nuovi centri di sfruttamento agricolo (le "grangiae") anche su terreni un tempo incolti e acquitrinosi. [1950, Roger Grand e Raymond Delatouche]

- i signori che, dopo aver inizialmente ignorato o addirittura avversato la ricerca di "terrae novae" allorché essa si configurava come esodo di lavoratori dai loro domini, arrivano poi a farsi promotori del movimento quando si rendono conto che, ad un ampliamento dello spazio coltivato, corrisponde una crescita del loro potere politico (maggiore popolazione soggetta) ed economico (maggior numero di lavoratori e quindi soggetti contributivi). [1962, Georges Duby]

 

La signoria terriera

L'adesione e l'incoraggiamento dato dai signori alle opere di popolamento e di bonifica delle terre è da vedersi in connessione con l'avvenuto passaggio dalla signoria fondiaria alla signoria terriera.

Infatti, la scomparsa dell'autorità centrale (l'Imperatore) nell'epoca delle migrazioni e dei saccheggi (secolo X) e la protezione richiesta dai o imposta ai piccoli proprietari liberi [1928-1929, Joseph M. Kulischer], fanno sì che intere regioni passino sotto il controllo di un signore.

Questo significa che, salvo eccezioni (ad es. l'Inghilterra), il signore, da originario potere personale trasformatosi poi in autorità semi-pubblica alle dipendenze e sotto il controllo dell'Imperatore (attraverso i "missi dominici") per l'espletamento dell'attività amministrativa e giudiziaria, diventa ora una vera e propria autorità pubblica nell'ambito di un certo territorio, dando così compimento ad una tendenza sviluppatasi nel corso dei secoli.

Dal punto di vista economico avviene che i guadagni provenienti dall'attività amministrativa (imposte, esazioni per l'uso di servizi, pedaggi, ecc.) e giudiziaria (imposizioni e ammende) hanno spesso un peso preminente rispetto ai proventi del dominio fondiario.

Per questo il signore ha interesse ad un popolamento delle sue terre che porti anche ad uno sviluppo economico (produzione, commercio) e all'utilizzo degli strumenti tecnici di sua proprietà o sotto il suo controllo (strade, magazzini, mulini, forni, frantoi, ecc.).

Perciò, con uno spirito di iniziativa che è sintomo iniziale di un più generale passaggio nell'utilizzo del sovrappiù da attività prettamente di consumo ad attività anche di investimento, il signore pone in essere sgravi negli obblighi di dipendenza in modo da attirare nuovi coloni e, in alcuni casi, sull'esempio degli ordini religiosi, mobilita energie e capacità organizzative per dar corso a nuovi insediamenti e dissodamenti. Il tutto in vista di una futura resa politica ed economica.

Questo spirito di iniziativa si associa ad un notevole affinamento delle tecniche amministrative (registri contabili) e dell'organizzazione stessa del lavoro che porta, per altre vie, ad un ulteriore incremento delle forze produttive.

Le zone d'Europa in cui lo sviluppo agricolo (estensivo ed intensivo) è maggiormente portato avanti sono:

- la Pianura Padana, dove la fertilità del terreno si accresce notevolmente per effetto di secolari lavori di prosciugamento delle terre acquitrinose e di drenaggio delle acque. [1972, Giovanni Cherubini]

- le Fiandre e i Paesi Bassi, dove la lotta per strappare al mare nuove e fertili terre attraverso la costruzione di argini e di canali porta alla formazione di "polders". [1965, Jacques Le Goff]

- la Germania, dove si assiste ad un notevole popolamento delle terre ad est dell'Elba, e l'Inghilterra che attua una estesa registrazione catastale (Domesday Book).

 


 


La crescita demografica durante il Basso Medioevo (in milioni di abitanti)

Intorno all'anno 1000

Intorno al 1300
Francia

5

15
Germania

3

12
Italia

5

10
Inghilterra

2

5

Fonte: Carlo Cipolla (1974). Le cifre sono frutto di ipotesi molto approssimative. Il margine di errore è nell'ordine del 20% e oltre.

 


 

La divisione sociale del lavoro

 

Questa situazione di rinnovata formazione generalizzata e costante di sovrappiù nelle campagne attraverso l'uso esteso di strumenti tecnici e organizzativi di tipo nuovo, rende possibile il distacco dalla terra di quote non irrilevanti di lavoratori che si indirizzano sia alla produzione degli strumenti lavorativi più elaborati che permettono la realizzazione del sovrappiù, sia alla commercializzazione del sovrappiù stesso. In definitiva si attua una più allargata divisione sociale del lavoro.

Lo sviluppo produttivo dei secoli XI-XIII, aprendo gli orizzonti dei contadini verso nuove terre, nuovi insediamenti e nuovi modi di vita, conferisce loro un maggiore potere contrattuale. Infatti, data la vastità del territorio messo a coltura in rapporto alla densità dei lavoratori, essi diventano, in alcune zone, fattore scarso e perciò i signori cercano di sottrarseli l'un l'altro offrendo condizioni di lavoro sempre meno gravose. [1940, Marc Bloch]

L'accrescersi delle forze produttive porta all'emergere di una molteplicità di bisogni a cui viene data soddisfazione attraverso una ulteriore divisione sociale del lavoro. Tutto ciò è in sintonia con lo sviluppo di concentrazioni insediative (le città) in cui le diverse produzioni sono tra di loro funzionalmente interdipendenti in quanto collegate, attraverso il mercato, con i vari bisogni della popolazione (urbana e rurale) circostante.

La rinascita urbana

 

Gli agglomerati medioevali appaiono quindi tanto come causa quanto come effetto sia della produzione che del mercato sicché si può affermare che la città e sì centro di produzione di prodotti artigianali ma è, al tempo stesso, un prodotto (materiale e culturale) della attività artigianale (produzione); che la città e sì luogo di mercato dei prodotti ma è anche un prodotto della attività mercantile (mercato).

Se la produzione e la commercializzazione che si svolgono nell'ambito della divisione sociale del lavoro tra campagna e città appaiono le causali di tipo generale che spiegano la nascita-rinascita e lo sviluppo dei centri urbani, non bisogna però dimenticare una serie di altri fattori (politici, militari, ecc.) che concorrono al medesimo fine.

La "rinascita urbana" si manifesta infatti in una pluralità di forme [1955, Edith Ennen] a testimonianza di retaggi culturali ancora presenti e di un processo storico che si va sempre più arricchendo e differenziando nelle varie regioni d'Europa. Schematicamente si può abbozzare una tipologia delle forme genetiche di tale processo di urbanizzazione. Abbiamo allora:

a) gli insediamenti rinnovati: le civitates, antichi centri di origine romana (al centro-sud d'Europa) mantenuti in vita dalla presenza del vescovo e del suo seguito di ecclesiastici e di laici [1972, Edith Ennen], e portati a nuova vita dall'inurbamento continuo di contadini che si trasformano in artigiani e mercanti al minuto e di signori che vi spendono le loro rendite.

b) gli insediamenti paralleli: le rocche, i castelli, le abbazie, i monasteri, luoghi di difesa e di protezione fisica e spirituale che, moltiplicatisi (al centro-nord d'Europa) durante le scorrerie ungare e normanne, concentrano al loro interno, anche solo per periodi temporanei, la popolazione delle campagne. Verso questi addensamenti permanenti (abitati da signori laici, ecclesiastici, servi domestici, artigiani) e intermittenti (visitati da contadini) si indirizzano i mercanti per farvi sosta e vendervi la propria mercanzia. Quando questi centri fortificati ed economicamente ricchi (in quanto punti di raccolta del sovrappiù) si trovano localizzati all'incrocio o in prossimità di nodi viari marittimo-fluviali o terrestri, essi diventano luoghi privilegiati non solo di passaggio ma anche di insediamento mercantile (vicus, portus, emporium) a tal punto che l'accresciuta popolazione deborda dalla cinta muraria e si stabilisce nel sobborgo (foris burgus). [1925, Henri Pirenne]

c) i nuovi insediamenti: le villae novae o borghi franchi, specie di comuni rurali in zone di nuovo popolamento (terrae novae) promosso per lo più dai signori. Gli abitanti, contadini e artigiani che il miglioramento dei trasporti (cavalli, carri) permette di vivere concentrati, godono di una attenuazione notevole dei loro carichi servili (carte di franchigia) ad allettamento e premio per il loro sforzo migratorio e per la loro fatica colonizzatrice.

Nuovi insediamenti sono anche le "bastides", centri fortificati costruiti in posizioni strategiche come avamposti per difendersi dagli attacchi improvvisi dei nemici (ad es. nel sud della Francia contro i saraceni).

Accanto a questa modellistica sociologica e topologica vi è tutto un accavallarsi ed incrociarsi di tipi spuri che concorrono a definire il processo di concentrazione urbana del basso medioevo in contrapposizione alla dispersione rurale dei secoli precedenti.

Al centro di questo processo stanno "uomini nuovi" [1933, Henri Pirenne] che operano nell'ambito della produzione di beni non agricoli (artigiani) e nella loro commercializzazione (mercanti) e sulla cui attività occorre soffermarsi perché essi rappresentano gli artefici di quei presupposti che portano, assieme alla rinascita urbana, alla divisione tra campagna e città come subordinazione delle campagne alla politica, alla economia e alla cultura delle città.

 


 


Estensione e popolazione delle principali città dell'Europa medioevale

Estensione [1]

Popolazione
Venezia (e le isole contigue) circa 600 ettari circa 150.000 [1]
Milano (nelle mura viscontee del sec.XV) circa 580 ettari circa 100.000 [2]
Gand (nelle mura del sec.XIV) circa 570 ettari circa 50.000 [2]
Colonia (nelle mura del 1180) circa 560 ettari circa 40.000 [3]
Firenze (nelle mura del 1284) circa 480 ettari circa 95.000 [4]
Parigi (nelle mura del 1370) circa 440 ettari circa 200.000 [4]
Bruxelles (nelle mura del 1357) circa 425 ettari circa 30.000 [3]
Bologna (nelle mura del sec.XIII) circa 400 ettari circa 50.000 [2]
Bruges (nelle mura del 1297) circa 360 ettari circa 35.000 [4]
Barcellona (nelle mura del 1350) circa 200 ettari circa 35.000 [3]
Lubecca (nelle mura del sec.XIII) circa 180 ettari circa 25.000 [3]
Londra (nelle mura romane restaurate nel medioevo) circa 160 ettari circa 30.000 [3]

Fonti:

[1] Leonardo Benevolo

[2] Roberto Lopez

[3] Edith Ennen

[4] Carlo Cipolla

 


 

Gli artigiani

Gli artigiani erano un tempo contadini che fabbricavano saltuariamente arnesi ed utensili per sé e per il signore. In seguito alcuni di essi si dedicano sempre più alle loro particolari lavorazioni man mano che il perfezionamento degli strumenti tecnici di lavoro, allargando il sovrappiù, rende possibile un ampliamento della divisione sociale del lavoro e indispensabile un impegno più ampio (tempo) e più qualificato (abilità e conoscenze) da parte del produttore di utensili.

Essi si riuniscono ben presto (il fenomeno si generalizza nel secolo XII) in corporazioni (al sud) e gilde (al nord) sulla cui origine esistono varie ipotesi esplicative [1928-1929, Joseph M. Kulischer]:

- per alcuni esse derivano dai remoti "collegia" di impronta romana, raggruppanti i lavoratori di particolari settori;

- per altri (i sostenitori della teoria curtense) esse sorgono ad opera di servi artigiani vissuti nelle corti, i quali si svincolano progressivamente dagli obblighi verso i signori e si coagulano via via in gruppi secondo il tipo di lavorazione eseguita;

- per altri ancora (i critici della teoria curtense) le corporazioni sono frutto dell'unione di artigiani liberi presenti sia nelle corti dei signori (e poi emigrati in città) sia nelle città stesse.

Le corporazioni

La corporazione medioevale, l'appartenenza alla quale è obbligatoria per tutti gli artigiani, è una associazione particolare:

- caratterizzata dall'unione (di tipo esclusivo) dei suoi membri e dalla loro separazione-contrapposizione nei confronti delle altre persone;

- basata sull'eguaglianza e la solidarietà fra i suoi membri ;

- coinvolgente l'individuo associato nella sua totalità (aiuto reciproco, manifestazioni religiose e sociali, protezione economica, ecc.).

Di modo che questa associazione, formata da "uomini nuovi", si configura essa stessa come una totalità di tipo nuovo tale da rappresentare una nuova forza sulla scena economica e politica del basso medioevo.

Questa totalità, dotata di una forte coscienza unitaria (coscienza dell'appartenenza al gruppo di mestiere) si dà precise norme organizzative e di comportamento che le permettono di conquistarsi un potere via via maggiore. La delineazione di queste norme permette di mostrare i meccanismi di controllo e di spoliazione della campagna che, per mezzo delle corporazioni artigiane, vengono messi in atto dalla città.

a) Il mercato del lavoro. L'entrare a far parte di una corporazione è reso difficile da una serie di disposizioni [1928-1929, Joseph M. Kulischer] concernenti l'aspetto:

- giuridico: non vengono ammessi né stranieri né uomini non liberi o illegittimi;

- economico: per accedere ad una corporazione occorre pagare una tassa di ammissione abbastanza elevata;

- tecnico: per ottenere il titolo di maestro l'aspirante deve passare un periodo di garzonato (7 anni), poi stare come lavorante per arrivare infine alla prova finale di ammissione consistente nell'esecuzione di un "capolavoro".

In linea generale, una volta fissato il numero di apprendisti e di lavoranti in rapporto alla quantità di produzione che si ritiene assorbibile dal mercato, i nuovi membri sono ammessi solo quando occorre coprire posti rimasti vacanti.

b) La produzione. Le corporazioni stabiliscono:

- il numero di lavoratori, di giornate lavorative, di ore di lavoro e la quantità di materie prime da acquistare in modo da regolare la quantità di prodotto finito per bottega;

- il numero di botteghe che possono essere presenti in un certo territorio (rapporto botteghe/popolazione) vietando la concentrazione di più botteghe nelle mani di un unico artigiano per non alterare l'equilibrio presente nella corporazione;

- la localizzazione dei nuclei produttivi per evitare che officine artigiane vengano impiantate nel contado in modo da costringere i contadini a recarsi al mercato urbano ogni qualvolta abbiano bisogno di prodotti artigianali. Solo successivamente, e sempre sotto il controllo della città, si darà vita nelle campagne ad industrie a domicilio promosse e gestite da mercanti-imprenditori.

 

c) La tecnologia. Si proibisce l'utilizzo di talune macchine e di taluni procedimenti per timore di provocare eccedenze di lavoratori e di produzione. Si esercita un controllo ricorrente sul tipo e sul numero di macchinari e utensili presenti in ogni bottega. [1933, Henri Pirenne]

 

d) I prezzi. È vietato vendere sotto i prezzi minimi fissati o pagare ai lavoranti salari superiori alle norme della corporazione. Inoltre sono regolati anche i prezzi massimi delle materie prime e dei prodotti agricoli provenienti dal contado. [1928-1929, Joseph M. Kulischer]

 

e) Il commercio. La bottega artigiana, lavorando su ordinazione e rimanendo aperta ai frequentatori e acquirenti occasionali, è anche centro di smercio diretto delle produzioni locali.

 

A questo proposito le città, in seguito alla pressione delle corporazioni che vogliono salvaguardare un mercato ancora ristretto per lo scarso potere di acquisto delle popolazioni, fissano:

- il divieto di importare merci straniere (eccetto durante i giorni di mercato) o la loro regolamentazione (limiti di tempo per la vendita, smercio all'ingrosso e non al minuto, ecc.) [1928-1929, Joseph M. Kulischer];

- l'obbligo per i contadini del contado di portare i loro prodotti al mercato urbano [1920-1921, Max Weber], di venderli a prezzi calmierati e il divieto di cederli all'ingrosso ai mercanti o di esportarli prima che sia trascorso un certo lasso di tempo (ad es. per il grano 3 giorni di presenza al mercato);

- il pagamento di tasse di commercio, di imposte di pedaggio, da cui è esentato totalmente o parzialmente il ceto urbano locale, e che ricadono quindi sui contadini e sugli stranieri.

Il monopolio commerciale della città e rafforzato inoltre dalla condizione delle strade che rende molto più costose (spese di trasporto) le merci provenienti da altre regioni.

 

f) L'etica professionale. La solidarietà fra i membri di una corporazione si manifesta nell'aiuto reciproco in caso di bisogno, nella messa in comune di particolari attrezzi (gualchiere, tiratoi, mulini per arrotare, ecc.), nel rispetto di un'etica professionale che vieta, ad esempio, di continuare l'opera iniziata da un altro maestro o di sottrarre clienti e lavoro ad un altro artigiano. [1928-1929, Joseph M. Kulischer]

Le campagne

In definitiva, l'economia corporativa medioevale si basa su piccole unità produttive (le botteghe artigiane) poste tutte su di un piano di parità, ma che, attraverso una regolamentazione minuziosa coinvolgente tutti gli aspetti del processo economico (acquisto di materie prime, produzione, smercio), si arrogano un potere di tipo monopolistico che va a svantaggio degli abitanti del contado e degli stranieri (abitanti di altre città e contadi).

La corporazione urbana medioevale è, per la sua epoca, la massima espressione di regolamentazione del mercato finalizzata al predominio dei produttori e venditori artigiani sui produttori e consumator agricoli. [1962, Witold Kula]

Infatti, i vincoli sopra esaminati sono tutti, in varia misura, indirizzati a far sì che la produzione non ecceda il consumo per non causare un crollo dei prezzi e quindi la rovina di qualche bottega o il peggioramento generale delle condizioni di vita dei membri della corporazione.

Il controllo del mercato e l'imposizione di termini di scambio ineguali sfavorevoli alla campagna è possibile perché la corporazione si presenta come una totalità compiuta (cosciente e organizzata) di fronte alla dispersione-disorganizzazione del ceto rurale dipendente. [1962, Witold Kula]

Lo scambio ineguale è quindi la logica conseguenza di una ineguale forza organizzativa tra la città e la campagna. Per cui, anche quando i prezzi dei prodotti agricoli lievitano (è il caso dei cereali tra il 1150 e il 1300 soprattutto in seguito all'incremento della popolazione) [1962, B. H. Slicher van Bath] ciò si risolve in un aumento dei prezzi dei prodotti artigianali perché le corporazioni hanno il potere di scaricare sui consumatori e quindi di ritorcere sui contadini il maggior costo delle materie prime e del lavoro (spese alimentari per la sussistenza dei garzoni e dei lavoranti).

 

Le industrie a domicilio

Esistono altri modi con i quali si esercita lo sfruttamento ne i confronti della campagna; e stavolta non più e soltanto attraverso il consumo di prodotti artigianali ma attraverso la produzione di beni di consumo (es. i panni di lana) all'interno di unità sparse sul territorio: le industrie a domicilio.

L'industria a domicilio si sviluppa durante il secolo XIII nel settore della produzione tessile (lana, seta) e si concentra in regioni fertili, ricche di manodopera e di spirito imprenditoriale, ben collegate ai mercati di importazione delle materie prime (lana, coloranti, allume, ecc.). Tali regioni sono

- le Fiandre e i Paesi Bassi che importano lana dall'Inghilterra, la lavorano e la riesportano in tutta Europa;

- l'Italia settentrionale e centrale (Lombardia, Toscana) che ricevono la materia grezza dalla Spagna, dalla Siria e dall'Africa del nord [1965, Jacques Le Goff] e la ridiffondono lavorata nel bacino del Mediterraneo.

Lo sviluppo dell'industria a domicilio si basa sull'introduzione di ritrovati tecnici che moltiplicano notevolmente la capacità produttiva. Infatti, durante il secolo XI si assiste alla diffusione del mulino idraulico nelle campagne con successivo impiego anche al di fuori del settore agricolo (per la tessitura, per la lavorazione di minerali e metalli, per la fabbricazione della carta, ecc.).

Durante il secolo XIII si affermano anche i mulini a vento nell'Europa centro-settentrionale.

Più in particolare, per quanto riguarda il settore tessile, vengono utilizzati la gualchiera (impianto meccanico azionato dall'acqua per rendere compatti i tessuti), il telaio a pedali orizzontali, la ruota a mano per mettere in moto il fuso.

Tali unità produttive, rappresentate dalle industrie a domicilio, producono merci a basso costo ma ad alta resa per il mediatore, una specie di mercante-imprenditore che procura materie prime, strumenti di lavoro, controllando e coordinando i passaggi dalla materia grezza sino al prodotto finito, attraverso le diverse lavorazioni eseguite da diversi artigiani-operai, residenti in luoghi distinti.

Il mediatore, che è l'unico ad avere presente il quadro complessivo del processo produttivo (lavoro di organizzazione) divide rigorosamente le fasi lavorative di modo che ad ognuno tocchi un'unica e determinata operazione. Si fa divieto infatti di eseguire due compiti (ad es. gualcare e tingere) nello stesso luogo e da parte della stessa persona [1928-1929, Joseph M. Kulischer], con il risultato di frantumare, assieme al lavoro, anche il lavoratore, di farlo regredire come essere umano, di bloccarlo nelle sue potenzialità intellettuali e manuali per renderlo indifeso dallo sfruttamento quanto può esserlo una persona debole e isolata.

 


 


Lo sviluppo delle forze produttive durante l'epoca medioevale
Mulino ad acqua dal sec. VI
Aratro pesante dal sec. VII
Rotazione agraria triennale dalla fine del sec.VIII
Nuovi sistemi di traino animale

(giogo frontale, collare di spalla)
dal sec IX
Ferratura dei cavalli dalla fine del sec. IX
Uso del cavallo nelle pratiche di aratura dalla fine del sec. IX
Strumenti di lavoro in ferro dal sec. XI
Allargamento dello spazio coltivato

(dissodamenti, bonifiche)
dal sec. XI al sec. XIII
Incremento demografico dal sec. XI al sec. XIII
Corporazioni dal sec. XI
Ripresa dei commerci (fiere, moneta, credito) dal sec. XI
Università dal sec. XII
Carro a quattro ruote dalla prima metà del sec. XII
Perfezionamento delle navigazione

(imbarcazioni, tecniche, codici marittimi)
dal sec. XII
Mulini a vento dal sec. XIII
Industria a domicilio dal sec. XIII

 


 

I mercanti

La ripresa e l'allargamento dei commerci a partire dal secolo XI è in rapporto diretto con lo sviluppo delle forze produttive. Più in particolare, l'impulso al fenomeno commerciale viene dato dai seguenti fattori:

a) Incremento demografico

L'aumento di popolazione, legato alla crescita della produzione, allarga il mercato dei potenziali acquirenti. Perché essi si trasformino in acquirenti effettivi è però necessario che una parte più o meno consistente dell'incremento del sovrappiù rimanga nelle mani del ceto produttore come merce di scambio. Ciò è quanto avviene attraverso lotte secolari tra contadini e signori, tra garzoni e maestri delle corporazioni, con l'effetto di:

- moltiplicare il numero degli individui che possono partecipare agli scambi;

- mutare la composizione dei beni di scambio (dal prevalere di prodotti di lusso al prevalere di beni di uso comune);

- accrescere il numero e la consistenza dei mercati locali e inter-locali (tra città e tra regioni) cioè lo scambio a breve-medio raggio (al posto del commercio su lunga distanza più caratteristico del periodo alto medioevale).

b) Miglioramento dei trasporti

- Trasporti terrestri

Man mano che si diffonde una situazione di maggiore sicurezza viene anche a formarsi un tracciato di strade piccole e grandi, per lo più in terra battuta o in pietra [1971, Roberto Lopez], che migliorano e accrescono i collegamenti tra città e contado o li rendono possibili tra città e città. A ciò si deve aggiungere che alcuni miglioramenti tecnici già utilizzati in agricoltura (nuovi tipi di attacco animale, la ferratura del cavallo) sono ben presto impiegati anche nel campo dei trasporti commerciali permettendo di trasportare, con il perfezionamento della trazione, un carico maggiore.

A questo fine concorrono anche:

- l'uso del carro a 4 ruote, più solido e più capiente, con lo svantaggio però di essere inutilizzabile su strade sconnesse e melmose;

- l'introduzione delle ruote coassiali al posto delle ruote indipendenti [1971, Roberto Lopez] che avevano il difetto di squilibrare il carro nelle curve;

- il miglioramento dell'allevamento (incroci) e dell'alimentazione animale che moltiplica e irrobustisce cavalli e muli rendendoli quindi meno cari e più efficienti nei trasporti.

 

- Trasporti marittimi

I perfezionamenti nei trasporti per via mare riguardano:

- le tecniche di navigazione: scoperta della bussola, primo impiego di carte nautiche su cui è segnata soprattutto l'ubicazione dei porti (i portolani), introduzione del timone di poppa posto sull'asse dell'imbarcazione il quale, sulle navi a vela, dà maggiore mobilità e sicurezza del timone laterale.

- i mezzi di navigazione: vengono costruiti nuovi modelli di imbarcazione, più solidi e di maggior volume per contenere carichi più grandi. Al nord si dà vita al "kogge", nave di forma arrotondata e di notevole stazza, mentre al sud ci si affida alle più slanciate "galee" usate per scopi militari ma, con opportune modifiche, anche per fini commerciali (la galea di mercanzia).

- la legislazione marittima e commerciale: redazione di codici marittimi (Trani, Venezia, Barcellona, ecc.), effettuazione di controlli pubblici sulla quantità e qualità delle merci durante le operazioni di carico e scarico.

 

c) Perfezionamento delle tecniche commerciali

L'ampliamento della mole dei commerci rende necessaria l'acquisizione, da parte dei mercanti, di una capacità pratica nella lettura-scrittura e nel calcolo, che è la base per la registrazione delle transazioni e per la stesura di libri contabili. Testimonianza della diffusione di tali strumenti sono i trattati di aritmetica che compaiono tra il XII e il XIII secolo tra cui il "Liber abbaci" (1202) di Leonardo Fibonacci [1965, Jacques Le Goff]. Inoltre iniziano ad aver corso nuovi mezzi di pagamento che trasformano notevolmente il settore monetario e finanziario.

La fine dell'autorità imperiale e la ripresa dei commerci vedono il moltiplicarsi delle coniazioni locali rese possibile dalla scoperta di nuovi giacimenti minerari (argento e oro) e anche per il fatto che i signori e i ceti urbani dominanti vi scorgono possibilità di accrescere i propri guadagni. Questo si verifica in quanto viene imposta, per i commerci interni, una moneta locale di valore metallico inferiore a quello nominale, lucrando in tal modo la differenza. Spesso poi la moneta viene ritirata e reimmessa sul mercato "tosata" nel suo valore metallico. Inoltre, anche il continuo cambio di moneta che si è costretti ad effettuare per partecipare agli scambi tra abitanti di regioni diverse si risolve a vantaggio dei ceti dominanti locali e a danno degli stranieri. Infine, l'uso di una moneta particolare coniata dal Comune chiude, in una certa misura, il mercato cittadino alle merci provenienti dall'esterno ed è un motivo ulteriore che costringe gli abitanti del contado a commerciare solo con il Comune di cui sono parte dipendente, ricevendo nello scambio moneta di infimo valore [1914, Gino Luzzatto], ennesima truffa perpetrata dalla città ai loro danni.

Ma, al di là di questi pur non trascurabili ostacoli posti al commercio, la moneta facilita le transazioni soprattutto quando, tentando di superare il caos monetario, ci si avvia verso la coniazione di pezzi universalmente noti ed apprezzati (il fiorino, lo zecchino, il grosso tornese, ecc.).

Accanto alla moneta si sviluppa l'uso delle lettere di cambio che semplificano e rendono più sicuri i pagamenti, superando il disagio del trasporto di grosse somme di denaro e il pericolo di essere derubati. Ciò porta alla nascita di sedi e di filiali bancarie che, per conto e a favore di re, signori, città, tengono depositi, concedono prestiti, effettuano pagamenti pareggiando i conti fra persone residenti in regioni diverse.

Infine si sviluppano particolari forme di raccolta e di utilizzo del risparmio di cui la più famosa è la "commenda". Attraverso la commenda una certa quota di denaro o di merce viene fatta fruttare dal suo proprietario affidandola ad un mercante che sopporta i pericoli e le preoccupazioni materiali del commercio (allestimento della nave, viaggio, contrattazioni, ecc.) e ne ricava una parte del guadagno (di solito l/3) mentre i prestatori sostengono i rischi finanziari dell'impresa incamerando, in caso di buona riuscita, i 2/3 del ricavato.

In questo modo nuove disponibilità di risorse, anche di piccolo conto, vengono immesse nel commercio contribuendo al suo sviluppo.

 


 


Beni oggetto di commercio durante il Basso Medioevo

Località

Merci esportate
Oriente (Bisanzio, Egitto, Siria, Cina, India, ecc.) Spezie (pepe, cannella, noce moscata, chiodi di garofano), Profumi, Sete, Coloranti, Frutta secca, Pietre preziose
Venezia e le regioni del litorale Adriatico Sale, Grano, Olio, Vino, Carni, Schiavi
Fiandre e Paesi Bassi Panni di lana, Oreficeria, Ferro
Francia Vino (Valli della Mosella e del Reno), Cereali
Germania (Hansa tedesca) Sale, Vino, Cereali, Pesce affumicato, Aringhe salate, Ferro, Legname
Inghilterra Lana, Pelli, Formaggi
Russia (Novogorod) e le regioni nord-orientali Pellicce, Cera, Miele, Legname

 


 

Attori, luoghi e forme del commercio


Tutto questo insieme di tecniche e di pratiche nuove fanno da supporto ad un nuovo modo di esistenza (viaggi, incontri, pericoli, rischi commerciali, ecc.) che coinvolge gruppi di persone in varie zone d'Europa.

Nelle regioni italiane il commercio si avvale oltre che del notevole incremento demografico e della crescente urbanizzazione che rende indispensabili scambi regolari tra città e campagna, anche delle Crociate verso la Terra Santa che fruttano alle città marinare (Venezia, Genova, Pisa) sia come imprese in sé stesse (accumulo enorme di capitali attraverso l'appalto delle navi e la fornitura di vettovaglie) che come conquista di basi commerciali e di privilegi tariffari. [1971, Roberto Lopez]

Nel nord Europa un polo commerciale considerevole è rappresentato, oltre che da Bruges (esportazione di panni di lana fiamminghi), anche dalle città tedesche confederate nella Lega Anseatica (1256) che, al di là delle rivalità fra le città che ne fanno parte, costituisce una formazione monopolistica dominante il Mare del Nord ed il Mar Baltico [1928-1929, Joseph M. Kulischer], la quale fa divieto ai mercanti non associati ad essa di realizzare qualsiasi tipo di affare nelle città della Hansa.

Questo insieme di attività mercantili che coinvolge sulle medie-lunghe distanze esseri umani (ebrei, italiani, fiamminghi, tedeschi, ecc.) e merci (spezie, frutti esotici, cereali, lana, seta, armi, ecc.), trova convergenza e sbocco nelle Fiere che, promosse dai signori territoriali, si sviluppano numerose soprattutto durante il secolo XII. [1933, Henri Pirenne]

Al contrario dei signori fondiari ostili al mercato perché esso può distrarre o addirittura emancipare il servo della gleba e sottrarlo ad una tutela dall'alto, i signori territoriali favoriscono (ad es. con la concessione di franchigie varie) il sorgere di luoghi e occasioni di incontro per i mercanti in quanto procurano loro entrate di non lieve entità.

Le Fiere più famose sono quelle che, a partire dalla metà del secolo XII, si concentrano nella Contea di Champagne (nei centri di Lagny, Bar sur-Aube, Provins, Troyes, Saint Ayoul), crocevia di importanti tracciati commerciali provenienti dal sud e dal nord Europa e zona libera da contese politiche in cui i conti di Champagne assicurano protezione e assistenza (locande, depositi, locali per la contrattazione, ecc.) ai mercanti e alle loro merci.

Se alcune città (Venezia, Genova, le città anseatiche, ecc.) traggono profitto attraverso i traffici (attività di scambio), altre (Bruges, Francoforte, Lione, Anversa, ecc.) guadagnano sui traffici (attività di assistenza allo scambio). Per cui, mentre queste ultime in quanto centri di mediazione del commercio inter-regionale favoriscono l'accesso di mercanti stranieri e mettono a loro disposizione, dietro pagamento, tutte le proprie attrezzature (locande, fondaci, barche, ecc.) ricavando il loro utile in maniera indiretta dalle transazioni, le prime attuano una politica commerciale tendente a limitare-eliminare il commercio straniero.

In linea generale, mezzi e fini di questa politica sono:

- l'accentramento monopolistico del commercio nel centro dominante con blocco dello sviluppo nei centri minori e nelle zone rurali più o meno prossime.

- la lotta alle città rivali per il monopolio assoluto o comunque per il predominio relativo su una certa rotta commerciale o su determinati prodotti di commercio.

- l'imposizione di regolamenti tendenti a proibire taluni commerci ai mercanti stranieri nell'ambito del raggio di influenza del centro dominante o a farli svolgere attraverso l'intermediazione del centro dominante stesso.

- il passaggio di quasi tutti i prodotti provenienti dai o diretti ai territori di influenza del centro dominante attraverso il suo porto in modo da controllare i flussi commerciali e lucrare sui dazi di entrata e di uscita delle merci e sulle varie operazioni di scambio.

- l'acquisto, a condizioni privilegiate per il centro dominante, di prodotti agricoli sia per l'approvvigionamento interno sia per la vendita ai centri minori e alle altre regioni ricavandone introiti considerevoli.

La città domina la campagna

Da quest'ultimo punto emerge, ancora una volta, che lo squilibrio dei prezzi fra beni agricoli e beni artigianali non deriva dalla natura dei beni oggetto di scambio ma è inerente alla forza contrattuale delle persone e dei gruppi che effettuano lo scambio.

Il commercio inter-regionale complica dunque lo schema dei rapporti città-campagna perché, ad una subordinazione diretta del contado alla città, si aggiunge una gerarchia urbana che vede alcuni centri dominare sia nuclei urbani di minore importanza e peso, sia vaste regioni rurali che sono il supporto indispensabile (di produzione e di smercio) per elevati livelli di urbanizzazione e di concentrazione, nelle città, di potere politico ed economico.

La campagna, che con il suo sovrappiù ha reso possibile la rinascita urbana, finanzia con i suoi prodotti la forza organizzativa della città e contribuisce, in tal modo, a rafforzare i suoi vincoli di dipendenza. Per fare un esempio, la storia delle città marinare italiane sarebbe impensabile senza la fitta trama di scambi ineguali che portano una serie di produzioni agricole (grano, vino, olio, ecc.) dalle campagne meridionali (Puglie) e centrali (Marche, Emilia) ai mercati urbani per essere consumate o per diventare il primo anello di una catena di scambi multipli (prodotti agricoli in cambio di spezie dell'Oriente, rivendute nel nord Europa in cambio di lana grezza che viene lavorata e collocata poi sul mercato come panni finiti).

In tale catena la campagna è situata ai due estremi (vendita di beni agricoli e acquisto di manufatti artigianali) allorché il guadagno avviene nelle fasi intermedie (produzione e smercio di tipo corporativo); oppure si colloca nelle fasi intermedie (lavorazione a domicilio) allorché il guadagno avviene ai due estremi (acquisto di materie prime e vendita di prodotti finiti).

In sintesi, la divisione città/campagna, pur con differenziazioni regionali che saranno in seguito esaminate, si concretizza nei seguenti aspetti:

a) politico-giuridici. I ceti urbani, nonostante i crescenti dislivelli di status al loro interno, si trovano compatti quando si tratta di opporsi ai vecchi poteri (imperatore, signore feudale, vescovo) servendosi dei contrasti tra questi per conquistare spazi di autonomia e di privilegio a spese, in primo luogo, delle campagne.

La "coniuratio" [1920-1921, Max Weber] è la prima espressione politica codificata dell'unità dei ceti urbani, promossa e dominata dai gruppi possidenti. Progressivamente le città si conquistano e si danno i propri statuti che sanciscono la fine dei vincoli feudali all'interno dei centri urbani ("l'aria della città rende liberi") e l'affermarsi della nuova autorità comunale. Nelle campagne invece, le imposizioni e le consuetudini si trasmettono nei secoli e fanno sempre più da contrasto con la dinamica di emancipazione del mondo cittadino.

b) socio-economici. È ormai chiaro che la rivoluzione urbana medioevale si realizza sullo sfruttamento della campagna attraverso la fitta trama di regolamenti e disposizioni che le corporazioni degli artigiani e dei mercanti impongono ai contadini ponendoli su un piano di inferiorità sia come produttori che come consumatori. Gli stessi statuti cittadini valgono per i rurali immigrati solo in quanto la città ha bisogno di nuove energie lavorative; in caso contrario l'aria della città si fa irrespirabile per il contadino ed egli viene restituito al suo signore.

c) territoriali-ambientali. Le mura, innalzate durante i torbidi del particolarismo feudale e delle invasioni normanne e saracene, sono la immagine tangibile della separazione spaziale tra città e campagna. Sotto il profilo urbanistico, la città oppone l'addensamento delle case e la tortuosità delle strade allo spazio rurale aperto delle pianure coltivate costellate da casolari più o meno dispersi. Ma la presenza di orti e stalle all'interno del recinto cittadino e nel perimetro immediatamente esterno alle mura, la ridotta espansione urbana che permette di recarsi agevolmente a piedi dal centro della città alla campagna circostante, fanno sì che le mura siano un filtro meno spesso che non le odierne sterminate periferie metropolitane per un rapporto fisico tra città e campagna.

d) conoscitivi-culturali. La città, in quanto moltiplicatrice di rapporti umani e di esperienze creative e ricreative, è essa stessa un prodotto culturale di gran lunga superiore all'isolamento rurale. Inoltre, l'accresciuta complessità delle produzioni e degli scambi fa sentire ai ceti in ascesa (artigiani, mercanti, banchieri) l'esigenza di possedere strumenti di calcolo, di lettura, di comunicazione scritta e parlata in varie lingue, esigenza che troverà realizzazione nei loro figli per mezzo di apposite scuole di cui le nascenti Università (a Bologna, Parigi, Oxford, ecc.) sono l'espressione massima di elaborazione intellettuale e di trasmissione culturale. Le scuole istituzionalizzano nel ceto urbano dominante quelle capacità che permettono la trasmissione del dominio politico ed economico in seno ad una stessa famiglia.

Il contrasto città/campagna non è però certo di tipo univoco e lineare in quanto al suo interno si incrociano numerose contraddizioni. Infatti, la divisione città/campagna nel periodo medioevale rappresenta sì la tendenza verso lo sfruttamento dello spazio terrestre in quanto ricchezza, ma è al tempo stesso conseguenza e origine di nuove realtà e potenzialità produttive.

La città, non va trascurato, viene ad essere per i contadini sia l'apertura verso un nuovo mondo che la chiusura verso uno sviluppo autonomo del mondo rurale; per i servi fuggiaschi è la possibilità di una vita associata al di fuori degli schemi rigidi di subordinazione feudale, ma al tempo stesso la riproposizione di una comunità fittizia in quanto basata, anche al suo interno, su crescenti dislivelli di potere e di ricchezza. [1928-1929, Joseph M. Kulischer]

Infatti, la situazione dei ceti urbani dipendenti (garzoni, servi domestici, piccoli venditori ambulanti, mendicanti, ecc.) non è certo molto più invidiabile di quella delle masse rurali al punto che si possa parlare esclusivamente di contrasto tra città e campagna tacendo sugli antagonismi profondi all'interno delle singole realtà. Il quadro generale fin qui delineato deve perciò essere integrato con alcune caratterizzazioni regionali europee che precisano status e ruolo dei vari ceti tra un settore e l'altro (rurale-urbano) e all'interno di ciascun settore.

 


 

Riferimenti

[1914] Gino Luzzatto, Storia del commercio, Barbera, Firenze, 1914 (Vol. I. Dall'Antichità al Rinascimento)


[1920-1921] Max Weber, La città, Bompiani, Milano, 1950


[1925] Henri Pirenne, Le città del medioevo, Laterza, Bari, 1974


[1928-1929] Joseph M. Kulischer, Storia economica del medioevo e dell'epoca moderna, Sansoni, Firenze, 1955 (Vol. 1. Il medioevo)


[1933] Henri Pirenne, Storia economica e sociale del medioevo, Garzanti, Milano, 1967


[1940] Marc Bloch, La società feudale, Einaudi, Torino, 1974


[1950] Roger Grand e Raymond Delatouche, Storia agraria del medioevo, il Saggiatore, Milano, 1968


[1955] Edith Ennen, Les differents types de formation des villes européennes, Le moyen age, LXII, 1956


[1962] Georges Duby, L'economia rurale nell'Europa medioevale, Laterza, Bari, 1972


[1962] Witold Kula, Teoria economica del sistema feudale, Einaudi, Torino, 1974


[1962] B. H. Slicher van Bath, Storia agraria dell'Europa occidentale (500-1850), Einaudi, Torino, 1972


[1965] Jacques Le Goff, Il basso medioevo, Feltrinelli, Milano, 1967


[1971] Roberto Lopez, La rivoluzione commerciale del medioevo, Einaudi, Torino, 1975


[1972] Giovanni Cherubini, Agricoltura e società rurale nel medioevo, Sansoni, Firenze, 1974


[1972] Edith Ennen, Storia della città medioevale, Laterza, Bari, 1975


[1974] Carlo Cipolla, Storia economica dell'Europa pre-industriale, il Mulino, Bologna, 1974


[1975] Leonardo Benevolo, Storia della città, Laterza, Bari, 1975